Tante promesse, pochi fatti. Così i cantieri restano chiusi. Governo accusato dai costruttori: burocrazia e Codice Appalti monco strozzano gli enti locali

di Carmine Gazzanni
Economia

Numeri, annunci, promesse. Che ora si spera possano essere tradotti in cantieri. Perché, dati alla mano, quanto fatto e stanziato fino ad ora ha lasciato a desiderare. Nonostante il “grande sforzo degli ultimi due Governi nel mettere a punto un Piano infrastrutturale”, come dicono le associazioni della filiera delle costruzioni (dall’Ance alla Cna), i cantieri continuano a non aprire. Non a caso gli investimenti in lavori pubblici nel 2016 hanno registrato un -4,5% rispetto a una previsione del +2%, contenuta nel Def (Documento di Economia e Finanza) dell’anno scorso. Ma non è tutto, perché nel 2016 a calare sono stati anche i bandi di gara, diminuiti del 2,4% in numero e addirittura del 17,1% in valore. “Quanto detto dal Governo in merito al Def di quest’anno – ci dice Edoardo Bianchi, vicepresidente di Ance (Associazione Nazionali Costruttori Edili) – ci fa ben sperare: è sempre positivo quando si stanziano risorse”, ma è anche vero che “dalle esperienze passate, quando abbiamo un piano con scadenza pluriennale (gli investimenti contenuti tra Def e Legge di Bilancio per 43,7 miliardi arrivano fino al 2032, ndr), accade sempre qualcosa per cui le risorse vengono poi distratte verso altro”. L’esempio, lampante, c’è stato con lo Sblocca Italia: “se io dovessi dire cosa ha portato in termini di cantieri questa riforma nella Capitale – continua ancora Bianchi, che è anche presidente di Ance Roma – il risultato è molto risicato, proprio perché era spalmato in tre anni. Non a caso appunto per il 2017, dove era prevista la maggior parte delle risorse, il Governo ha rimodulato le spese”.

Tempi biblici – Un problema non da poco, che deve la sua origine a quello che l’Ance definisce un vero e proprio “impaludamento burocratico”. Le lungaggini amministrative, spesso, sono a dir poco folli. Basti questo. Gli ultimi dati disponibili, snocciolati dalle associazioni, dicono che per passare dal progetto al lavoro finito ci vogliono 10 anni e tre mesi in caso di grandi opere, oltre i 50 milioni di euro, e 7 anni e tre mesi per le medio-piccole opere, “ma l’aggiornamento delle statistiche dovrebbe prevede “un peggioramento”, precisa ancora il presidente dell’Ance, Gabriele Buia.

Comuni sul lastrico – Ma non basta. Si pensava che la macchina burocratica potesse essere in qualche modo alleggerita con il Codice Appalti e invece così non è stato. Perlomeno non come si sperava. Non a caso ora gli occhi di tutta la filiera delle costruzioni sono rivolti al provvedimento correttivo del nuovo Codice degli appalti, che dovrebbe arrivare oggi in Consiglio dei ministri. E la prima rivendicazione avanzata dalle associazioni del settore riunite sta nell’innalzamento della soglia, da un milione a cinque milioni (o almeno a 2,5 milioni), di quella che chiamano “l’esclusione automatica delle offerte anomale”, cosa “diversa”, hanno tenuto a precisare, “dal massimo ribasso” nella sua versione “pura”. E, soprattutto, bisogna tentare di risollevare le finanze degli enti locali, specie dei Comuni perché “è lì – continua Bianchi – che vediamo concretamente se c’è o meno ripresa”. E ad oggi, a conti fatti, ripresa non c’è. Come evidenziato dall’ultima relazione della Corte dei Conti a riguardo, nel primo anno in cui vigeva il pareggio di bilancio e non il Patto di stabilità (cosa che permetteva maggiori margini di manovra per gli enti locali), i Comuni hanno restituito allo Stato qualcosa come 3,9 miliardi di euro. Una cifra enorme che, però, “gli stessi Comuni non hanno avuto la forza di investire”, dato che il sistema, nel suo complesso, “blocca la capacità di spesa piuttosto che incentivarla”. Non è un caso che il blocco dei bandi è più vistoso soprattutto sui Comuni, crollati del 9,3% in numero e addirittura del 35% in valore. Insomma, una debacle incredibile.

Twitter: @CarmineGazzanni

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