Trasporti pubblici, il grande buco nei conti della Capitale. Bruciati 2,7 miliardi: i 5 anni più neri di Atac

di Stefano Sansonetti
Cronaca

Una decisione non è più rinviabile. Ci sono serie storiche che non permettono di sprecare altro tempo. In un certo senso è l’amara forza dei numeri. Alcuni sono davvero impressionanti, se soltanto si ha la pazienza di metterli uno di seguito a l’altro. E per capire l’essenza dell’Atac, la disastrata azienda capitolina dei trasporti, i numeri servono, eccome. Negli ultimi 5 anni, dal 2012 al 2016, la società controllata al 100% dal Campidoglio è costata all’amministrazione comunale, e quindi ai cittadini, 2,7 miliardi di euro. Una media di  540 milioni l’anno. Ma il nervosismo aumenta quando si constata che questi costi erano di 461 milioni nel 2012, anno di una crisi aziendale già conclamata, per poi salire ai 605 milioni nel 2016, ultimo anno disponibile.

Mistero – Perché non si riesce a fernare questa “mattanza”? Naturalmente ogni degenerazione ha la sua causa. E allora, se si vuol risalire alle origini del “male”, basta consultare tutti i bilanci desponibili sul sito dall’Atac, che vanno dal 2008 al 2015. Ebbene, in questi 8 esercizi i conti non hanno mai, e ripetiamo mai, chiuso in utile. A costo di eccedere in cifre e calcoli, è utile seguire la progressione di questo bagno di sangue nei risultati di esercizio: -82 milioni nel 2008, -91 milioni nel 2009, -319 milioni nel 2010, -179,2 milioni nel 2011, -156,7 milioni nel 2012, -219 milioni nel 2013, -141,3 milioni nel 2014 e -79 milioni nel 2015. Facendo la somma, viene fuori che dal 2008 al 2015 l’Atac ha perso 1,2 miliardi di euro, alimentando il buco nei conti comunali di cui sopra. Eppure da Gianni Alemanno a Virginia Raggi, passando per Ignazio Marino, non è che si sia lesinato in soluzioni alternative e uomini diversi. Sempre dal 2008 ad oggi, infatti, si sono alternati ben 8 tra amministratori delegati e amministratori unici, laddove una consiliatura societaria di norma dura tre anni. Parliamo di Massimo Tabacchiera, Adalberto Bertucci, Maurizio Basile, Carlo Tosti, Roberto Diacetti, Danilo Broggi, Armando Brandolese e Manuel Fantasia. Possibile che nessuno di loro abbia fatto bene? E se qualcuno ha invertito la tendenza negativa, perché non è stato lasciato al suo posto?

La fotografia – La realtà è che la donna trascinata da un vagone della metropolitana, guidato da un conducente che stava mangiando in servizio, è solo un epifenomeno, un qualcosa che va ad aggiungersi a una situazione già abbondantemente compromessa. Per esempio, che dire delle società di revisione dei conti che si sono avvicendate in questi quasi 10 anni? Dal 2008 al 2010 Kpmg, dal 2011 al 2013 Mazars e, dulcis in fundo, dal 2014 al 2016 PricewaterhouseCoopers. Possibile che non abbiano avuto nulla da rilevare sullo stato comatoso dei conti, se non generici allarmi di cui ogni cittadino si era già reso conto? La PricewaterhouseCoopers, tra l’altro, di recente è stata anche premiata dal Commissario al debito del Comune di Roma con l’assegnazione di una gara da 2,3 milioni per ricalcolare il debito pregresso del Campidoglio. Un fatto è certo: una società del genere è antieconomica dalla testa ai piedi. Per questo la Raggi, che naturalmente non ha colpe specifiche, è obbligata a decidere se vendere o liquidare l’azienda. Ha vinto le elezioni anche per risolvere questa magagna.

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