Trattativa Stato-mafia, arriva la sentenza: Dell’Utri e Mori condannati a 12 anni, De Donno a 8, Bagarella a 28. Assolto l’ex ministro Mancino

dalla Redazione
Cronaca

La trattativa c’è stata. E ora non è più solo una verità storica, ma anche giudiziaria. A cinque anni dalla prima udienza e dopo 201 udienze, il giudice Alfredo Montalto ha letto una sentenza che in tanti aspettavano. Otto minuti senza quasi prendere fiato. Un elenco di nomi e di condanne per dire non solo che la trattativa tra Cosa nostra e pezzi dello Stato c’è stata, ma che ad averla fatta sono stati i boss mafiosi, tre alti ufficiali dei carabinieri e il fondatore di Forza Italia. Mentre la mafia uccideva magistrati, carabinieri, cittadini, uomini delle istituzioni hanno cercato un contatto: sono diventati il canale che ha consentito a mafia e Stato di sedersi a un tavolo. E trattare. Su due piani: prima per interrompere il periodo stragista e poi per avere rapporti diretti col governo allora guidato da Silvio Berlusconi. È stato chiaro a riguardo il pm Nino Di Matteo che, subito dopo la lettura della sentenza, ha spiegato: “La sentenza  dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. E il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”.

La giornata – Già, perché una delle condanne più dure ha toccato proprio il fondatore di Forza Italia, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa: a Marcello Dell’Utri la Corte d’Assise di Palermo ha inflitto 12 anni per attentato a corpo politico dello Stato. Stessa condanna anche per il mafioso Antonino Cinà, medico di Salvatore Riina, l’ex capo del Ros Antonio Subranni, il suo vice Mario Mori. L’ex colonnello del Ros Giuseppe De Donno, invece, è stato condannato a 8 anni. Sono stati tutti riconosciuti colpevoli del reato disciplinato dall’articolo 338 del codice di penale: quello di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Hanno cioè intimidito il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo. Anzi degli esecutivi, cioè i tre governi che si sono alternati alla guida del Paese tra il giugno del 1992 e il 1994: quelli di Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi alla fine della Prima Repubblica, quello di Silvio Berlusconi, all’alba della Seconda. Assolto, invece, l’ex ministro degli Interni, Nicola Mancino, per il quale l’accusa chiedeva una condanna a sei anni di carcere per falsa testimonianza. Ad eccezione di Mancino, dunque, i giudici hanno confermato le richieste arrivate dai pm Vittorio Teresi, Nino Di Matteo, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene. E, anzi, le hanno inasprite nel caso dell’ex boss mafioso Leoluca Bagarella: a fronte dei 16 chiesti dall’accusa, la Corte ha inflitto una condanna di 28 anni.  Massimo Ciancimino, figlio di Vito, dovrà infine scontarne 8 anni in carcere (5 gli anni chiesti dall’accusa) per calunnia ai danni di Giovanni De Gennaro.

I giudici hanno inoltre condannato Bagarella, Cinà, Dell’Utri, Mori, Subranni e De Donno al pagamento in solido tra loro di dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile. Al termine della sentenza, i pm sono stati accolti da applausi e abbracci. “Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia”, è il commento di Teresi, che ha coordinato il pool per tutta la durata del processo. Critiche, invece, le posizioni dei legali difensori: “Aspettiamo di leggere le motivazioni però è chiaro che 12 anni di condanna la dicono lunga sulla decisione della corte”, ha detto il legale di Mario Mori.

Commenti

  1. honhil

    «L’unica a rilasciare una dichiarazione è stata la deputata Laura Garavini: “La sentenza”, ha detto, “stabilisce alcuni punti fermi, ma lascia anche ancora molti dubbi su tutto il periodo prima e dopo le stragi del 92-93»”. Forse la deputata avrebbe dovuto elencare questi punti fermi. Perché, a parte il fatto che, cosa per altro prevista dal codice penale, trattare con la mafia è un reato, di fermo non c’è proprio niente. Anzi è tutto un salto nel buio. Dentro il quale, neri come la pece, appunto, i moltissimi dubbi che lì si annidano, lacerano le carni di chi vi si avventura e la verità. Quasi fossero aculei lanciati a mitraglia da un branco di porcospini. E ciò succede per il semplice fatto che l’ipotesi processuale non è stata per niente dimostrata. Non a caso, anche dopo la sentenza, l’intero sistema accusatorio continua a ruotare attorno allo stesso perno ideologico di sempre. Un piccolo excursus. Il 41 bis viene introdotto nel luglio del 1975. Diciassette anni dopo, nell’agosto del 1992, a seguito della strage di Capaci del 23 maggio 1992, fu convertito in legge un decreto del giugno precedente “ che consentiva al Ministro della Giustizia di sospendere per gravi motivi di ordine e sicurezza pubblica le regole di trattamento e gli istituti dell’ordinamento penitenziario nei confronti dei detenuti facenti parte dell’organizzazione criminale mafiosa”. In forza di questa legge, nel 1993, il ministro dell’epoca non rinnova il 41 bis per un cospicuo numero di detenuti, per evitare altre stragi. O come lui stesso disse lustri dopo (proprio mentre si dava la caccia al solito Berlusconi), durante un’udienza in commissione antimafia: “Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi”. Da allora non sembrano riscontrarsi altri analoghi provvedimenti. Anzi, come se quell’atto unico fosse stato uno spartiacque, il 41 bis ha invertito decisamente percorso.

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