L’ultima perla dei renziani. Il salario minimo del Pd è talmente minimo che neanche c’è. Il ddl è un autogol: manca la soglia di retribuzione

di Antonio Acerbis
Politica

Quando si dice una “supercazzola”. Nonostante sia stata stata annunciata come la grande sfida del Pd al Movimento cinque stelle su un tema delicato e tradizionalmente di “sinistra” come quello del salario minimo, alla fine i dem non hanno deluso le aspettative. E cioè la sfida si è rivelata essere una clamorosa bolla di sapone. Il salario minimo pensato dal “nuovo” Pd di Nicola Zingaretti pare essere talmente minimo da non esserci affatto. Basta d’altronde leggere nel dettaglio la proposta presentata da Tommaso Nannicini e lanciata in pompa magna – manco a dirlo – da Repubblica per rendersene conto: 4 articoli in cui il salario minimo semplicemente non c’è (leggi articolo).

Per capire da dove nasce la sfida, però, bisogna partire da lontano: Luigi Di Maio aveva provocato il neo segretario dem Zingaretti appena eletto a marzo: “Ora voti la nostra proposta sul salario minimo”, aveva detto. Zingaretti aveva prontamente risposto: “Votino loro la nostra”. Peccato che questa, presentata da Mauro Laus (che prevedeva la fissazione di un salario minimo a 9 euro netti all’ora, contrariamente ai 9 euro lordi all’ora della proposta M5S), avrebbe portato a costi esorbitanti per le aziende. E, difatti, a sbugiardare il Pd ci ha pensato il Pd, nella più grottesca delle torsioni.

I dem, infatti, hanno presentato come detto un nuovo ddl in questi giorni sul salario minimo accogliendo, scrive ancora Repubblica parlando di “colpo a sorpresa” (???), le richieste dei sindacati e delle associazioni d’imprese che sull’ipotesi iniziale nicchiavano. Ma ecco il coup de théâtre: il ddl, infatti, non fissa alcuna cifra di salario minimo, rinviando tutto a una commissione che, peraltro, coinvolgerà il Cnel, quello stesso Cnel che i renziani – di cui Nannicini è autorevole esponente – volevano abolire con la riforma costituzionale della Boschi.

Non è un caso che i Cinque stelle compatti hanno sbugiardato il Pd e la loro sfida-non-sfida. Il primo a parlare è stato proprio Luigi Di Maio: “Più che una proposta sul salario minimo – ha detto il ministro – mi sembra una retromarcia di un partito che ancora una volta dimostra di non difendere chi lavora. Quella (del Pd, ndr) è più una proposta che interviene sulla normativa dei contratti collettivi ma non la si chiami salario minimo orario”.

Ad entrare ancora più nel dettaglio ci ha pensato il senatore M5S Sergio Romagnoli: “Errare è umano, perseverare è diabolico. Non contento dell’inutile ddl Laus, i cui dettami sarebbero costati alle imprese 34 miliardi di euro, il Pd ha presentato una nuova proposta sul salario minimo. Peccato che anche questa sia buona solo per piantare una bandierina, visto che così com’è scritta non aiuta minimamente i lavoratori che oggi in Italia ricevono un salario inferiore ai minimi contrattuali rischiando di finire nelle sacche della povertà, i cosiddetti working poors”.

Esattamente come ribadito anche da Susy Martisciano, capogruppo M5s in commissione Lavoro e relatrice del ddl dei Cinque stelle sul salario minimo: “Il ddl presentato da Nannicini & Co. serve a poco e niente. Infatti è buono solo per mantenere lo status quo senza produrre reali benefici per quei lavoratori che hanno salari minimi da fame che non gli permettono di arrivare a fine mese”. Lo scontro, dunque, resta infuocato. E accompagnerà maggioranza e opposizione alla settimana prossima quando verosimilmente si discuterà della questione in commissione.

Intenzione ovviamente dei 5 stelle sarà quella di portare avanti il ddl presentato da Nunzia Catalfo, ritenendo irricevibile (e più che altro inutile) il testo presentato dal Partito democratico. Una sfida già tramontata perché svelata per quello che è: una supercazzola.