Un enorme dossier inchioda i fratelli Occhionero. Secondo le motivazioni della sentenza spiavano la politica con un virus

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca
Occhionero

Hanno estrapolato e accumulato per anni “una mole di dati e documenti riservati alle ignare vittime, creando una vera e propria rete di dossieraggio che aggiornavano periodicamente e consultavano con regolarità”. Questo uno dei passaggi principali contenuti all’interno delle 89 pagine di motivazioni della sentenza di primo grado, relativa ad un caso di cyber spionaggio anche ai danni di istituzioni e politici, costata la condanna dei fratelli Giulio e Francesca Maria Occhionero, rispettivamente a 5 e 4 anni di reclusione, il 17 luglio scorso.

Nei loro confronti il pubblico ministero Eugenio Albamonte contestava i reati di accesso abusivo a un sistema informatico per aver forzato un numero sterminato di account di posta elettronica. Secondo il giudice Antonella Bencivinni, la mente della coppia era Giulio che di professione fa l’ingegnere nucleare. Una persona descritta come “dotata di comprovate e non comuni abilità informatiche” oltreché ritenuto “colui che ha ideato e creato l’intera infrastruttura malevola” utilizzata anche dalla sorella e che poteva contare su oltre 18mila account rubati, tutti catalogati accuratamente in base al tipo.

Alla base del raggiro c’era un malware, ossia una sorta di virus informatico, il cui obiettivo: “Era filtrare tutti i dati sensibili di interesse, spiare la vittima e intercettarne le conversazioni” anche private oltreché recuperare i dati di accedesso “ai social network, ai sistemi di home banking, e ad ogni altro dato ritenuto di interesse”.

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