Un reality per scoprire i giovani. Alla Sala Umberto “Non si uccidono così anche i cavalli?” Uno schiaffo alla retorica dilagante dei bamboccioni

di Cristina Panzironi
Cultura

Ogni sera un reality diverso. Non importa il canale, lo schermo utilizzato e se lo seguiremo da soli, in compagnia o inonderemo i social di commenti al vetriolo. L’importante è scoprire fin dove sono disposti a spingersi i concorrenti, quale strategia useranno per arrivare fino in fondo, scommettere sul vincitore. E  “Non si uccidono così anche i cavalli?”, in scena fino al 14 ottobre al Teatro Sala Umberto, a Roma, non è poi tanto diverso dai programmi che scegliamo per intrattenerci. Sembra esserne ben consapevole il regista Giancarlo Fares e, altrettanto, gli attori protagonisti Giuseppe Zeno (Joe) e Sara Valerio (Gloria).

“Quanto il Grande Fratello di Orwell, questo spettacolo è di un’attualità spaventosa nonostante il libro di McCoy al quale è ispirato sia stato scritto nel 1935. Ad esser cambiato oggi è il mezzo: c’è una voglia di mostrarsi che prima avveniva dal vivo e che adesso si arricchisce di schermi e filtri”, ha commentato l’attrice Valerio. Il personaggio che interpreta, Gloria, è adattato ai tempi, al contesto e ci conduce attraverso la tortuosa presa di coscienza di un’esistenza fatta di scelte e priorità, oltre la voglia di arrivare al successo. E, in questa cornice, come recita Joe dall’alto delle scale e del suo ruolo di controllore dei partecipanti alla gara: nulla è lasciato al caso, tutto fa parte della maratona della vita. Una maratona di ballo talmente estenuante da diventarlo nel corso del secondo atto anche per il pubblico, risvegliato e intrattenuto dalle sapienti melodie della Piji Electroswing Project.

Un turbinio di canzoni in stile swing, elettro-swing e jazz manouche (composte per lo spettacolo dal cantautore romano Piji) che si fondono con colori, dettagli di scena, costumi e bravura dei protagonisti, senza eccezioni. Fra tutti Giuseppe Zeno, una riconferma sul palco. Come ci racconta, per lui lo spettacolo è “un atto di riflessione e accusa al pubblico sulle modalità con le quali molte volte sceglie i suoi contenitori, spinto sempre più spesso da quella curiosità morbosa di “spiare dal buco della serratura”, l’idea di voler vedere soffrire l’altro per sentirsi migliore”. E Joe è un vero mattatore, colui che detta tempi e regole del gioco, anche se di allegro c’è ben poco nella folle maratona di ballo intorno alla quale ruota tutto lo spettacolo. Una vera prova di interpretazione e resistenza per i quindici attori sul palco e i quattro musicisti della band capitanata da Piji, trasformati talvolta in vittime altre in carnefici di un mondo dello spettacolo che appare in tutta la sua disumanità. Per uno spettacolo che ne farà vedere delle belle.