Una cinese alla corte di Geraci. Pasticcio leghista allo Sviluppo economico. Assunta un’assistente in conflitto d’interessi. Poteva accedere ai dati riservati del Mise

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca

Da Marco Di Maio del Pd arriva la richiesta di chiarimenti indirizzata a Luigi Di Maio del M5S ma il pasticcio riguarda la Lega. Sbarca in Parlamento il caso di Lingjia Chen, la ventisettenne cittadina cinese che non parla l’italiano e vive a Shangai ma che era stata assunta al ministero dello Sviluppo economico per volere di Michele Geraci, il sottosegretario vicino a Matteo Salvini.

Il parlamentare dem, assieme ad altri cinque colleghi, ha presentato un’interrogazione Parlamentare indirizzata al vicepremier Di Maio, vertice del Mise, per capire se fosse a conoscenza dei numerosi punti oscuri legati alla neo dipendente. La ragazza cinese nata nella provincia dello Zhejiang nel 1992, infatti, era stata assunta come assistente personale da Gerace, il quale ha deleghe per il commercio internazionale ed è a capo della cosiddetta Task Force Cina, nonostante in molti lo avessero sconsigliato per via di diverse problematiche.

Prima fra tutte il fatto che in qualità di assistente del numero due del Mise avrebbe avuto accesso alla sua agenda e avrebbe potuto lavorare su dossier sensibili del Governo, fatto che aveva subito scatenato le paure dei nostri servizi segreti. Poi non meno importante il fatto che la ragazza non conosceva una sola parola di italiano, stando al suo curriculum le sue competenze linguistiche riguardano il cinese mandarino e il dialetto wu, un fatto di per sé già strano.

Inoltre la giovane avrebbe continuato a lavorare a distanza presso la sede di Shangai dell’istituto per il commercio con l’estero, questa a ben 9 mila chilometri, costituendo un caso più che unico nella storia italiana. E non ultimo il fatto che, a dispetto della giovane età, aveva già ricoperto numerosi incarichi delicati, come emerge dal suo profilo su Linkedin, che forse sarebbero potuti essere causa di imbarazzo se non di vero e proprio conflitto di interessi. Tra questi emergeva che la Chen da tempo ricopriva un incarico di rilievo nella sede di Pechino della Boston Consulting, un altro alla Global Policy Institute e, in ultimo, dichiarava di aver partecipato ad una ricerca energetica per gli investimenti dell’Eni in Cina.

Questioni delicate di cui ora si chiede conto al ministro Di Maio, forse sbagliando target, per accertarsi che fosse a conoscenza della situazione e per sapere se siano stati valutati tutti i profili di sicurezza connessi con l’acquisizione che la giovane, a tutti i livelli, avrebbe potuto compiere in materia di dati industriali e tecnologici ad alta sensibilità. Interpellato sulla questione, il Mise non ha voluto rilasciare alcuna dichiarazione.

Ad ogni modo l’assunzione della Chen saltava. Un contratto da 36 mila euro all’anno che a dicembre finiva al vaglio della Corte dei Conti che lo bocciava sonoramente, spingendo il Mise a ritirarlo nonostante fosse già stato firmato. Alla base della decisione dei giudici soprattutto il fatto che un dipendente del governo italiano non può non conoscere la lingua che si parla nel dicastero che lo paga.