Una Repubblica che punisce il merito. Non ricandidato un terzo dei parlamentari più produttivi

di Giorgio Velardi
Politica

Promossi in Parlamento ma bocciati dai partiti. È il paradosso che viene fuori scorrendo la classifica della produttività parlamentare stilata da Openpolis, l’osservatorio civico della politica italiana. Partiamo da Montecitorio dove 7 dei primi 20 deputati più produttivi della XVII Legislatura, il 35 per cento, non sono stati ricandidati. Quattro dei quali si piazzano nella top ten (40 per cento). Chi per motivi personali, chi per ragioni politiche. Chi per entrambe, ormai pesci fuor d’acqua all’interno dei rispettivi schieramenti. Poco importa, comunque: la sostanza è che, pur essendosi spesi parecchio dal 2013 a oggi, molto più di certi colleghi che invece figurano nuovamente in lista, dal 5 marzo gli interessati faranno da spettatori.


Parlamento

Non sarà della partita Donatella Ferranti (Partito democratico), in testa anche grazie al fatto di essere presidente di commissione, nello specifico Giustizia. Infatti “i presidenti delle 28 commissioni permanenti (14 alle Camera e 14 al Senato) hanno un punteggio in media che è più di due volte superiore a quello dei parlamentari senza un incarico”, chiarisce Openpolis. Ferranti, magistrato in aspettativa, formalmente non iscritta al Pd, ha collezionato due legislature. “Vista” anche “la difficoltà nella formazione delle liste provocata dalla prima applicazione di questa nuova legge elettorale ritiro la mia disponibilità a candidarmi”, ha chiarito Ferranti a un certo punto, quando i giochi non erano ancora fatti. “Nessuna amarezza”, taglia corto contattata da La Notizia. Neanche il leghista Gianluca Pini, secondo dietro di lei, è ricandidato. Così come il dem Marco Causi, ex vicesindaco di Roma, che conquista la medaglia di bronzo. Al quinto posto, dietro al capogruppo del Carroccio, Massimiliano Fedriga (ricandidato), c’è un altro pezzo da 90 come Ermete Realacci (Pd), rimasto pure lui senza candidatura. Stesso discorso per il centrista Paolo Tancredi (14esimo) e per Gianni Melilla di Liberi e Uguali, 19esimo. Il quale, una volta appurato che il suo nome non era in lista, ha sbottato: “Più che una lista elettorale quella presentata è un’agenzia interinale per il collocamento di alcuni cerchi magici”. Al contrario, in lizza per tornare in Parlamento ci sono – fra gli altri – pure Gianfranco Rotondi (619esimo) e il re delle cliniche private del Lazio ed editore di Libero e Il Tempo, Antonio Angelucci (Forza Italia), ultimo. Proprio così.

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A Palazzo Madama le cose vanno leggermente meglio. Nella top twenty dei senatori più produttivi, sempre secondo Openpolis, 6 sono rimasti fuori (30 per cento). Due tra i primi 10 (20 per cento). Al primo e secondo posto si piazzano, rispettivamente, i dem Giorgio Pagliari e Giorgio Santini, che correrà in un difficilissimo seggio uninominale in Veneto. Mentre al terzo c’è Felice Casson (LeU), che invece non è ricandidato. Stessa sorte toccata a Luigi Compagna (FL), noto in questa legislatura per aver collezionato il record di cambi di casacca (9). Al decimo posto c’è Francesco Nitto Palma (FI), rientrato in corsa a giochi praticamente chiusi: il partito ha scelto di metterlo in lista nella “sua” Sicilia (plurinominale). Non è andata bene invece ad Antonio D’Alì (14esimo), che non potrà consolarsi nemmeno con la candidatura della moglie, Antonia Postorivo, rimasta pure lei a bocca asciutta quando sembrava tutto fatto. Rivedremo di nuovo, invece, il tesoriere di FI Alfredo Messina (305esimo) e Niccolò Ghedini. Ultimo in classifica ma primo in lista in Veneto.

Twitter: @GiorgioVelardi

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