Violenza sadica e ripetuta. Foffo non ebbe pietà di Varani, lo lasciò agonizzante per due ore

di Davide Manlio Ruffolo
Cronaca
Foffo Varani

La “violenza sadica e ripetuta” per provare piacere attraverso la sofferenza di un innocente. E’ questo uno dei passaggi shock contenuti all’interno delle motivazioni della sentenza di secondo grado con cui è stata interamente confermata la precedente condanna a 30 anni inflitta a Manuel Foffo, l’autore del brutale e insensato omicidio del 23enne Luca Varani. Nessuno sconto di pena, spiegano i giudici, perché il condannato era mosso da un movente spregevole e ignobile, ritenuto “rivelatore di un tale grado di perversità da destare profonda ripugnanza in ogni persona di media moralità”.

Non solo, la barbarie non è stata di certo rapida e, per tutto il tempo, l’imputato era perfettamente consapevole del fatto che la vittima fosse ancora in vita. Come anche di quanto dolore, per giunta gratuito e inutile, Luca stesse soffrendo. Un dettaglio che era stato lo stesso Foffo a raccontare al pubblico ministero Francesco Scavo, negli oltre 9 interrogatori sostenuti in fase d’indagine, affermando che Varani, per tutto il tempo, si lamentava ed emetteva suoni strazianti. Un massacro infinito perché, nonostante le torture, Luca “non voleva morire, dopo un minuto di silenzio ricominciava a respirare”.

LA MATTANZA – L’omicidio, rapidamente diventato un caso nazionale e scandito giornalmente dalle sconvolgenti scoperte degli investigatori, risale al 4 marzo del 2016. Quel giorno nell’appartamento di via Igino Giordani al Collatino, quartiere periferico della Capitale, Foffo e il complice Marco Prato, quest’ultimo morto suicida in carcere, mettevano fine alla vita di Varani dopo una violenza brutale e insensata, giunta al termine di un festino durato tre giorni. Ben 72 ore in cui i due amici si erano fondamentalmente chiusi in loro stessi, abbandonandosi completamente ad alcol, droghe e rapporti sessuali. Ma con il passare del tempo, un pensiero indicibile prendeva corpo nella loro testa: uccidere un innocente.

Così nei giorni antecedenti l’omicidio, avevano fatto anche un giro in macchina per le vie di Roma alla ricerca di un qualsiasi soggetto che a loro potesse andare a genio. Non trovandolo, facevano ritorno a casa a mani vuote ma anziché desistere dal loro intento, la ricerca della vittima veniva semplicemente posticipata di poche ore. La ricerca della vittima perfetta, in quello che sembrava un macabro casting fatto di inviti a casa spediti tramite Whatsapp, terminava proprio il 4 marzo quando la scelta ricadeva su Luca. L’ignaro ragazzo riceveva l’invito e così raggiungeva gli amici in quella che diventerà tristemente nota come la casa degli orrori di Roma Est. Appena arrivato e con l’inganno, Luca veniva fatto denudare poi i suoi assassini gli servivano un terrificante cocktail nel quale, senza farsene accorgere, avevano versato un medicinale a base di GHB. Ormai stordito e assolutamente incapace di difendersi, Luca veniva massacrato con oltre 100 colpi, sferrati con 1 martello e 3 coltelli, per oltre 2 ore di agonia.

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