Voucher, questi sconosciuti. L’ultima giravolta di Renzi: prendere le distanze dalle sue riforme

di Paola Alagia
Politica

Questo referendum del 28 maggio per cancellare i voucher e reintrodurre la piena responsabilità solidale in tema di appalti non s’ha da fare. Con il congresso e quindi le primarie alle porte e, poi, con le amministrative così vicine (si vota in oltre mille comuni) non sarebbe di certo un buon viatico per Matteo Renzi. La ferita del 4 dicembre con la débâcle sulla consultazione popolare per la riforma costituzionale, infatti, è ancora aperta e brucia. Ecco perché la paura di una sconfitta bis sta terrorizzando il quartier generale renziano. Proprio ora, tra l’altro, che l’ex premier è cosi impegnato nel rilancio della sua leadership. Di qui la via di fuga: fare di tutto per evitare che il referendum abbia luogo. Una exit strategy che tuttavia rischia comunque di trascinare il fu-rottamatore di Rignano in un cul de sac.

Il boomerang – La direzione, che avrebbe naturalmente la benedizione dell’ex segretario dem, sembra essere quella di un decreto legge che il Governo Gentiloni potrebbe licenziare già nel Cdm di venerdì a partire dal testo emendato che proprio oggi sarà votato in commissione Lavoro.  Le opzioni sul tavolo, come ha reso noto il capogruppo Pd alla Camera, Ettore Rosato sono due: “arrivare a definire uno strumento solo per le famiglie o abolire i voucher”.  L’obiettivo, insomma, è far decadere il referendum. Una scelta che, però, potrebbe rivelarsi un boomerang per Renzi. L’Esecutivo, in fondo, cancellerebbe con un colpo di spugna una parte del suo tanto amato Jobs act. Niente paura, su questo fronte l’ex premier ha già individuato la strategia comunicativa e cioè quella di tenene ben separati la riforma del lavoro, che rimane un fiore all’occhiello dei suoi mille giorni a Palazzo Chigi, e i voucher che, invece, possono essere disconosciuti e, quindi, sacrificati. Sarà per tale ragione, infatti, che Renzi avrebbe cominciato a prendere le distanze da questo strumento di pagamento impiegato nell’ambito dei lavori accessori e, in privato, stando a un retroscena de La Repubblica, cominciato a rimarcare come “i voucher non siano stati una mia invenzione, non c’entrano niente col Jobs Act. Sono stati un’invenzione dei precedenti governi di centrosinistra sostenuti da quelli che ora vorrebbero cancellare i buoni”.

In pratica una virata con tanto di scaricabarile. Ma meglio di affrontare le incognite di un referendum, secondo i suoi calcoli. Sempre ammesso, naturalmente, che alla fine prevalga la linea del decreto e, quindi, si decida di accantonare il testo unificato all’esame della commissione Lavoro della Camera sul quale proprio oggi è previsto il voto e che punta a limitare (non abolire) l’impiego dei voucher. Certo, col decreto, Renzi potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma neppure dormire sonni tranquilli. È vero che eviterebbe di imbattersi quasi nella stessa ‘coalizione multiforme’ inaugurata in occasione del precedente referendum costituzionale. Così come è altrettanto vero che cadrebbe pure la richiesta di election day, fumo negli occhi per il candidato dem alle primarie. Dopo l’apertura a una possibilità di accorpamento tra la consultazione popolare e il voto delle amministrative da parte del ministro del Lavoro Poletti, infatti, ieri anche il ministro dell’Interno, Marco Minniti, non ha chiuso del tutto le porte a tale ipotesi, pur ammettendo difficoltà tecniche per superare le quali “servirebbe un intervento di carattere legislativo”).

Strada in salita – Ma il decreto darebbe comunque la stura ad altri problemi. Piroette comunicative a parte, infatti, l’abolizione dei voucher sarebbe una sconfitta in primo luogo per l’ex sindaco di Firenze: il marchio a fuoco del Jobs act riconduce a lui e quindi anche il fatto che la sua riforma del lavoro ha portato da 5mila a 7mila euro netti il tetto annuale percepibile con questi strumenti di pagamento. Senza contare, infine, le polemiche da parte delle opposizioni di fronte a un eventuale mancato referendum. Loredana De Petris,  capogruppo di Sinistra italiana al Senato, per esempio,  già ieri avvertiva: “L’idea di un decreto per evitare i referendum è un furto di democrazia”.  E questo, ça va sans dire, sarebbe solo l’antipasto.