Zingaretti ostaggio del Pd. Veti e correnti bloccano tutto. Il segretario dem è in minoranza in Parlamento. Lotti ha più deputati e senatori del suo leader

di Paolo Vita
Politica

Rinnovare il partito con le mani legate, è la tragica missione con cui si sta scontrando, giorno dopo giorno, il neo segretario del Pd Nicola Zingaretti. Dopo il pessimo 7,8% raccolto alle elezioni regionali in Basilicata (Regione amministrata dal suo partito ininterrottamente per 24 anni) ieri il segretario ha tracciato la linea che seguirà il PD per le elezioni europee, cioè imbarcare qualche esterno al partito e mettere nel simbolo la scritta “Siamo Europei” affiancato dal logo del Partito Socialista Europeo. Una strategia, quella relativa al simbolo che è già stata percorsa alle regionali in Basilicata dove il logo del Pd appariva sulle schede in modo minimale e i risultati si sono visti.

Il neo segretario ha detto che vuole una “lista aperta alla società, alle forze produttive, alle forze sociali e a tutti coloro che credono in una Europa che deve cambiare”, ma per ora l’unico a essere salito a bordo è Carlo Calenda, mentre i Radicali di Più Europa gli hanno preferito l’Italia in Comune di Federico Pizzarotti. Le mosse fatte da Zingaretti per arrivare alla segreteria del partito, a cominciare dalla scelta di Luigi Zanda come tesoriere e Paolo Gentiloni nel ruolo di presidente, per riuscire a tenere insieme tutte le anime del partito iniziano a manifestare i limiti di un segretario ostaggio delle correnti, impossibilitato a rinnovare il PD per evitare che tutto gli esploda tra le mani. Il neo segretario cerca infatti nuove alleanze, ma quella più naturale con gli ex compagni di partito che hanno dato vita a Liberi e Uguali è bloccata dal veto dei renziani che oggi sono divisi in diverse correnti.

Basti pensare che a Luca Lotti (ex membro del giglio magico di Matteo Renzi) sono accreditati circa 40 deputati (su 112 eletti alla Camera) mentre i senatori fedeli all’ex ministro dello sport di Renzi sarebbero circa 30 a fronte di un gruppo parlamentare a Palazzo Madama costituito da 52 membri. Maurizio Martina può invece contare su una decina di parlamentari e tre senatori. Mentre Matteo Orfini è accreditato di 6 deputati e 3 senatori. Numeri questi ultimi che surclassano quelli di Zingaretti in Parlamento, dal momento che a lui sono accreditati circa 30 deputati e poco più di dieci senatori.

Quanto basta per capire che il segretario Partito Democratico non controlla i gruppi parlamentari e che qualsiasi decisione voglia prendere deve fare i conti con le correnti guidate rispettivamente da Lotti, Martina, Giachetti e Orfini. Il percorso è appena iniziato ma i veti incrociati e il fallimento della derenziazzazione del partito, dovuta anche la fatto che il senatore di Rignano abbia deciso di far aderire i suoi fedelissimi a diverse correnti o addirittura abbia scelto di non schierarli con nessuno (è emblematico il caso di Filippo Sensi ex portavoce di Renzi). E anche i non schierati sono una pattuglia significativa, visto che sono complessivamente una ventina i parlamentari del Pd che non hanno dichiarato il loro sostegno a nessuno.

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