L’Enasarco cambia verso. Ma il vecchio corso non molla: il presidente uscente Boco tenta di restare. E spuntano voci di atti straordinari prima del nuovo Cda

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L’assemblea dei delegati per eleggere il nuovo Consiglio di amministrazione dell’Enasarco è fissata per l’8 giugno all’hotel Massimo D’Azeglio, a Roma. I giochi sulla ricca Cassa di previdenza dei commercianti sono però tutti aperti e nonostante il voto espresso per la prima volta da 24.448 iscritti e 814 imprese abbia chiesto largamente un cambiamento rispetto alla gestione uscente non sono da escludere sorprese. A partire da un rientro dello stesso presidente Brunetto Boco, nonostante “abiti” nel Cda della Fondazione dal lontano 2002. Di questo signore, un sindacalista della Uil, resta memorabile un “fuori onda” della trasmissione Report, in cui giustificava la perdita di centinaia di milioni dell’istituto investiti nella Lehman Brothers con il semplice fatto di non conoscere l’inglese, lingua in cui era scritto il contratto che aveva firmato.

STRANA FRETTA – Alle elezioni la lista di Boco è stata un vero flop (ha eletto solo pochi delegati), ma il presidente non sembra rassegnarsi e prima di passare la mano sembra intenzionato persino a mettere in votazione atti straordinari sulla destinazione del patrimonio, tentando contemporaneamente di salvare un posto per se in consiglio. Un epilogo espressamente vietato dallo statuto, che impedisce di far diventare amministratore chi ha acquistato un bene dell’ente amministrato. Esattamente la posizione di Boco, che dalle visure all’Agenzia delle Entrate verificate da La Notizia risulta aver comprato nel 2013 e nel 2014 insieme alla moglie Gioia Rabà due appartamenti dell’Enasarco a Milano. Gli statuti però si sa che in molti casi vengono più interpretati che applicati, e dunque sarebbe nell’aria un tentativo di forzare la mano. Male che vada si punterebbe su un piano B: il ripiego sul consigliere Ciano Donandon, ritenuto fedelissimo proprio di Boco. L’importante è non spezzare il legame forte con il direttore del servizio finanza Roberto Lamonica, il dirigente che ha preso in mano i dossier più delicati lasciati aperti dall’ex direttore generale Carlo Felice Maggi, costretto a lasciare dopo la disastrosa vicenda Lehman.

RADAR CINQUE STELLE – Contro questo fil rouge di potere la maggioranza degli iscritti alla Fondazione ha espresso un voto inequivocabile. L’istituto, trascinato nelle scorribande del furbetto del quartierino Stefano Ricucci, era riuscito faticosamente a risalire la china con alcune innovazioni e migliorando la redditività del patrimonio immobiliare. Strategia che negli ultimi mesi è entrata in rotta di collisione con la gestione Boco, stranamente frettolosa nel voler cambiare persino i partner immobiliari più affidabili per lanciarsi in nuove avventure. Movimenti che non sono sfuggiti al radar del Movimento Cinque Stelle, particolarmente attivo sulla Cassa dei commercianti, oggetto di diverse interrogazioni parlamentari. Ora le scelte spetteranno al nuovo corso. Sempre che il vecchio accetti sul serio di farsi da parte.