Nel mirino gli anni d’oro di Gubitosi in Wind. L’Agenzia delle Entrate sospetta di decine di milioni sottratti al Fisco

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di Gaetano Pedullà

Una gigantesca evasione fiscale, che coinvolge nomi di primo piano tra i manager di Wind, compreso l’ex amministratore delegato Luigi Gubitosi. È questo il sospetto del nucleo valutario della Guardia di Finanza, che ha notificato al gruppo di telefonia mobile l’avvio di un nuovo accertamento sull’emissione di bond non senior. Non è infatti la prima volta che le Fiamme gialle puntano un faro sulla società il cui controllo è passato nel tempo da Sawiris al gruppo russo Wimpelcom. Già nel 2010 un’inchiesta della Guardia di Finanza di Roma sollecitata dall’Agenzia delle Entrate si era conclusa con la contestazione di 60 milioni di euro per non aver versato dal 2006 al 2009 la ritenuta d’acconto del 12,5% sulle emissioni di bond non senior per circa 300 milioni effettuate attraverso una ventina di scatole societarie lussemburghesi.

Operazioni per 4,8 miliardi
Un meccanismo che gli inquirenti ora sospettano sia stato replicato su altre operazioni simili. Nell’arco di tempo sotto esame Wind, su pressione dell’azionista, arrivò a raccogliere sul mercato circa 4,8 miliardi di euro. Somme sulle quali – è questa l’ipotesi – il management trovò il modo per non pagare tutte le tasse. A guidare le operazioni, all’epoca, insieme a Gubitosi c’era l’attuale capo del legale di Wind, Mark Shalaby, l’attuale Ceo di Wind Canada Pietro Cordova, il Cfo della compagnia Giuseppe Gola e il direttore del fiscale Filippo Annibaldi.

La contestazione
La legge prevede che in caso di investitori esteri, una società italiana che mette debito debba versare all’erario il 12,5% sugli interessi corrisposti, a titolo di ritenuta d’acconto che poi andrà a compensarsi a seconda del regime fiscale a cui è assoggettato anche l’investitore estero. Qualora però una società nell’Unione europea faccia da veicolo (attraverso un’attività di raccolta finalizzata a un prestito infragruppo) questo 12,5% non è più dovuto. Pertanto un prestito infragruppo conferito da una controllata – ad esempio, basata in Lussemburgo – alla controllante Wind è un’attività sicuramente lecita. Cosa diversa è però se le società veicolo non hanno le seguenti caratteristiche: i titoli non sono quotati alla Borsa lusemburghese; la società schermo è fittizia e non ha una sede ben precisa con una sua effettiva attività; se non ricarica un margine sui prestiti alla controllante, non gestisce la tesoreria attraverso un responsabile finanziario e non ha dipendenti. Tutte caratteristiche essenziali che secondo la Guardia di Finanza non sono riscontrate nelle circa venti società estere costituite da Wind all’epoca dell’amministrazione Gubitosi per raccogliere denaro presso gli investitori esteri.

In fila allo studio Vitali-Tremonti
Queste strutture, che sono simili in quasi tutti i grandi gruppi industriali italiani, ricordano per la quantità degli importi casi come Cirio e Parmalat. Per questo l’indagine del 2010 della Guardia di Finanza creò non poca preoccupazione tra i manager Wind dell’epoca, con i noti frequenti viaggi di Gubitosi presso lo studio Vitali-Tremonti, al 57 di via della Scrofa, a Roma. E anche per questo – lo stesso Gubitosi avrebbe avuto argomenti forti nel contrattare la sua favolosa buonuscita dal gruppo di telefonia, nell’aprile 2011, portando a casa 8 milioni e mezzo. Un tesoretto con cui si è fatto casa anche a New York.

Una tegola per Ibarra
La grana adesso è in mano a Maximo Ibarra, il Ceo succeduto a Gubitosi in Wind. Se le ipotesi di reato al vaglio della Guardia di Finanza e dell’Agenzia delle Entrate trovassero riscontro il risultato sarebbe una enorme cifra da accantonare per pagare quanto sottratto al Fisco. Senza contare tutti gli altri effetti giudiziari.