Alfano incontra il ministro dell’Arabia. Ma sulla guerra in Yemen (con le bombe italiane) non una parola

di Carmine Gazzanni
Cronaca

Per carità: Angelino Alfano non è il primo e, probabilmente, non sarà nemmeno l’ultimo. Prima di lui, stesso identico comportamento era stato tenuto dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti, dal titolare del Viminale prima dello stesso Alfano, Paolo Gentiloni e, prima ancora, da Matteo Renzi. Il copione è sempre uguale: incontro in pompa magna con i rappresentanti del Governo saudita e non una parola sullo Yemen. Fa niente se parliamo di una guerra, condotta da una coalizione guidata proprio dall’Arabia, che dura da due anni nonostante sia stata condannata dall’Onu e che, fino ad ora, è responsabile di circa cinquemila civili uccisi, ottomila feriti e quasi 19 milioni in crisi umanitaria e a rischio epidemia di colera. Tutto passa in secondo piano quando di mezzo ci sono gli affari. E così è stato ieri, nell’incontro tra Alfano e il suo “collega” arabo Adel al Jubeir.

Soldi sporchi – D’altronde sono i numeri a dirlo. Nonostante la legge del ‘90 che vieterebbe “l’esportazione ed il transito di materiali di armamento” verso i Paesi “in stato di conflitto armato” in contrasto con le direttive Onu (come l’Arabia), “verso i Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione” (come l’Arabia)  e verso i Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani” (come l’Arabia), il nostro Paese continua a vendere. E tanto: secondo l’ultima relazione (relativa al 2016) tra i principali acquirenti del nostro Paese troviamo proprio l’Arabia Saudita, per cui sono state autorizzate proprio dal ministero diretto da Alfano autorizzazioni all’esportazione di armi per 427,5 milioni. Ma non è tutto, perché il dato più clamoroso è se ragioniamo considerando anche gli anni passati: se nel 2014 le autorizzazioni all’esportazione di armi in Arabia ammontavano a 163 milioni, nel 2015 sono raddoppiate (258 milioni) e ora quadruplicate. Ma di quali armamenti parliamo? Di bombe, essenzialmente. Bombe prodotte dalla Rwm Italia, che ha sede a Domusnovs, in Sardegna e che, com’è stato documentato da ispettori Onu, finiscono sganciate sullo Yemen, uccidendo anche donne e bambini.

Parole, parole, parole – Un quadro disastroso, come detto. Eppure Alfano non ha proferito una parola sulla questione. Ieri alla Farnesina si è invece parlato di crisi in Libia, del conflitto israelo-palestinese, delle tensioni con il Qatar e dei rapporti bilaterali tra Arabia Saudita e Italia. Questioni importanti, ci mancherebbe. Eppure una battuta sul mercato di morte sarebbe stata più che opportuna. Invece Alfano ha preferito parlare dell’“ampio spazio” per migliorare ulteriormente le relazioni, già “molto buone”, tra l’Italia e l’Arabia Saudita, che – ha detto ancora Alfano – è un partner economico di grande rilievo per l’Italia, con un interscambio che nel 2016 ha sfiorato i sei miliardi di euro”. Meglio non specificare, però, quale sia uno degli ambiti certamente più redditizi.

Settimana decisiva – A breve, però, potrebbero esserci sviluppi. A inizio luglio infatti le associazioni pacifiste (da Rete per il Disarmo ad Amnesty Internationale) hanno presentato una proposta di mozione parlamentare per interrompere la vendita di armi all’Arabia e, salvo sorprese, la settimana prossima verrà presentata in Aula. “Mdp, Sinistra Italiana e 5 Stelle hanno presentato le loro mozioni – dice a La Notizia Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo – Aspettiamo quella del Pd, vedremo se e come la presenteranno”. Ma il punto, continua Simoncelli, è soprattutto un altro: “Desta sconcerto che si faccia così fatica a presentare una mozione in Italia, dopo che il Parlamento europeo ha approvato ben due risoluzioni per interrompere questo mercato armato”. Paradossi clamorosi. Che sanno di guerre silenziosamente giustificate in nome del dio denaro.

I silenzi della Banca che fa affari con l’azienda venditrice di morte

Deve aver creato non poco scompiglio la “lettera aperta” che la Campagna di pressione alle “banche armate” ha inviato ai vertici di Banca Valsabbina. Incalzata da precise domande e da una dettagliata documentazione sui rapporti che ha in corso con Rwm Italia, l’azienda produttrice (come documentato tra i primi da La Notizia) delle bombe aeree che l’aeronautica saudita utilizza per fare carneficina in Yemen, Banca Valsabbina ha cercato di correre ai ripari rabberciando, come dice Giorgio Beretta, analista dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere, “una risposta che, se non fosse patetica, sarebbe davvero ipocrita”. Nella sua risposta, infatti, la banca di fatto conferma di avere un rapporto con Rwm, come documentato dalla Campagna e cioè che l’azienda è cliente ed ha un conto corrente presso la Valsabbina. Ma c’è di più: nella risposta la banca afferma “che adotta delle regole precise per l’implementazione di servizi bancari di conto corrente ad aziende del settore armiero”, ma l’unica regola che indica non è una regola della banca: l’unica legge di riferimento è la 185/90, che vieterebbe questo stesso commercio. Per il resto, tutto tace. Troppi silenzi alle domande delle associazioni, che tra le altre cose hanno chiesto anche espressamente se tra gli affari tra banca e azienda ci siano le bombe sganciate poi in Yemen. E qui, ovviamente, nessuna risposta è giunta.

Tw: @CarmineGazzanni

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