Altro che emergenza Ong. C’è un’invasione di barchini. Lamorgese apre gli occhi al Parlamento. E sui rimpatri dei clandestini il flop è totale

di Clemente Pistilli
Politica

Altro che Ong. Il vero problema nella gestione dei flussi migratori sono i troppi sbarchi autonomi, quelli dietro cui solitamente si celano gli scafisti, e i troppo pochi rimpatri. Un fenomeno che l’Italia può affrontare solo se aiutata dall’Unione europea. A sostenerlo, davanti alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Politiche europee, in vista del Consiglio Ue Giustizia e Affari Interni in programma il 7 e 8 ottobre, è stata Luciana Lamorgese. Un’audizione in cui il ministro dell’interno, che si tiene lontano dalla propaganda del predecessore e studia a fondo i dossier, ha snocciolato una serie di dati e fatto un’analisi fredda della situazione, senza lasciarsi andare ai tanto facili quanto inutili entusiasmi su risultati come quello raggiunto con l’accordo siglato a Malta.

IL RISCHIO PRINCIPALE. Lamorgese ha specificato che solo nel mese di settembre gli sbarchi autonomi sono più che raddoppiati rispetto ai 701 registrati nello stesso mese nell’anno precedente, evidenziando che si tratta in larga parte di migranti provenienti dalla Tunisia. Una piaga ereditata da Matteo Salvini, tutto concentrato in una guerra personale alle Ong, che arrivano invece in Italia con un numero assai eseguo di stranieri salvati dall’annegamento nel Mediterraneo. Lo stesso ministro dell’interno, per evitare i soliti allarmismi, ha però anche precisato che il trend generale degli sbarchi è in diminuzione, considerando che dall’inizio dell’anno sono stati 7.783 a fronte dei 21.112 dello stesso periodo del 2018: il 63% in meno. Altra piaga poi quella dei rimpatri.

“Al 22 settembre quelli effettuati dal nostro Paese sono stati 5.244, di cui 5.044 forzati e 200 volontari assistiti”, ha specificato la titolare del Viminale. Nel 2018 erano stati 7.981 e due anni fa 7.383. Troppo pochi e troppi gli stranieri che, senza averne alcun diritto, restano in Italia. Una piaga comune tra l’altro ai diversi Paesi europei. “Il tasso dei rimpatri di chi non ha titolo a restare in Europa – ha specificato il ministro dell’interno – resta basso in tutta l’Unione europea, è necessario farlo crescere nel rispetto dei diritti fondamentali. Bisogna promuovere ogni iniziativa a livello europeo per favorire nuovi accordi di riammissione con i Paesi di origine dei flussi e implementare quelli già in vigore”. Pochi inoltre anche i ricollocamenti negli altri Paesi: in due anni solo 241 su 855 persone sbarcate sulle coste italiane. Occorre dunque far rispettare le regole, gestire i flussi migratori e allo stesso tempo garantire il rispetto dei diritti umani.

IL FUTURO. Obiettivi raggiungibili quando il fine è curare gli interessi dell’Italia e non quelli della propaganda funzionale a qualche partito. Ma occorre un impegno comune da parte di tutta l’Ue. “Solo una risposta coordinata e condivisa a livello europeo – ha ribadito Luciana Lamorgese – permetterà di elaborare una strategia comune in grado di coniugare il rigore nella lotta al traffico di esseri umani e il rispetto dei diritti umani e della solidarietà base dell’integrazione”. E la titolare del Viminale è fiduciosa visto il clima che si è respirato a Malta: “L’impegno comune dei ministri dell’interno dei Paesi presenti, la volontà delle istituzioni comunitarie lasciano sperare nell’apertura di spazi importanti per la definizione di una seria politica europea dell’immigrazione. L’Italia sta facendo la sua parte – ha proseguito – ha saputo gestire numeri impressionanti in passato ed è da questa capacità che dobbiamo partire per azioni propositive. Si tratta di un lavoro lungo, duro e paziente, al quale non possiamo sottrarci e nel quale crediamo fermamente”. E sempre con un atteggiamento sobrio. L’accordo di Malta? Solo una “base di lavoro importante”.

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