Appalti pubblici fuori controllo. Così 90 miliardi sono a rischio. Troppi soggetti bandiscono gare nel Belpaese

Un mare magnum all’interno del quale galleggiano decina di migliaia di stazioni appaltanti del tutto fuori controllo. Il costo di questo sistema magmatico è di circa 135 miliardi di euro, almeno secondo gli ultimi dati disponibili. Si tratta della cifra spesa ogni anno dallo Stato nel suo complesso per acquistare forniture di beni e servizi. Senza contare che solo una parte di questa spesa, 40 miliardi, è presidiata dalla Consip, la centrale acquisti del Tesoro guidato da Pier Carlo Padoan che ha come obiettivo quello di fare risparmiare lo Stato centrale e gli enti locali proprio nelle procedure di approvvigionamento. Rimangono allora scoperti 90 miliardi, probabilmente qualcosa meno visto che esistono altre centrali appaltanti che presidiano altre fette residuali di commesse. Che fare per contenere questo fiume di spese all’interno del quale si annidano rischi enormi di corruzione? La ricetta proposta in uno dei dossier messi a punto dall’ex Commissario alla spesa pubblica, Carlo Cottarelli, poggia su quattro proposte principali.

IL DETTAGLIO
Per prima cosa viene proposto un ampliamento del presidio di spesa attraverso i “soggetti aggregatori”. Si tratta cioè di affidare sempre più categorie merceologiche alla centrali acquisti tipo la Consip. Ma non solo, perché anche diverse regioni hanno la loro centrale appaltante più o meno unica. C’è la Estav in Toscana, l’Intercent in Emilia Romagna, l’Arca in Lombardia. Insomma, scrive il gruppo di lavoro di Cottarelli, si potrebbe allargare la sfera di “intermediazione” di appalti di questi soggetti aggregatori. Dopodiché si propone l’individuazione di gare gestite esclusivamente da soggetti aggregatori. In modo tale, naturalmente, da togliere discrezionalità ai troppo polverizzati centri appaltanti odierni. Ancora, si propone di utilizzare strumenti telematici di negoziazione per ridurre al minimo le spese di predisposizione delle varie procedure. Infine si chiede l’introduzione di un controllo rigoroso sui contratti stipulati al di fuori dell’utilizzo delle centrali uniche. Naturalmente, per il gruppo di lavoro coordinato da Cottarelli, l’eventuale adozione di questa ricetta potrebbe portare a risparmi di non poco conto.

LE CONCLUSIONI
Il dossier presenta una griglia un cui si cercano di considerare limiti minimi a messimi di risparmio che l’adozione di ciascuna di queste 4 misure potrebbe garantire. Ora, visto che il rapporto è stato redatto all’inizio del 2014, ma pubblicato solo di recente, la conclusione è che nel triennio 2014-2016 si sarebbe potuto risparmiare da un minimo di 1 miliardo e 143 milioni a un massimo di 3 miliardi e 201 milioni di euro. Ma le cifre, pur significative, non esauriscono tutto lo spettro dei rispermi possibili, proprio perché nell’analisi del triennio il loro trend è ascendente. Insomma, un’intelligente combinazione delle quattro misure, in fondo non così sofisticate come si sarebbe potuto credere, potrebbe veramente alleggerire quel fardello da 135 miliardi di euro che ogni anno appesetiscono il bilancio dello Stato.

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