Armi made in Italy, il 25% del business è sommerso. Il nostro Paese non comunica i dati all’Onu dal 2009

di Carmine Gazzanni
Cronaca

La strage di Las Vegas non poteva che riproporre, in tutta la sua attualità, il tema del commercio delle armi anche in Italia. Un business importante, non c’è che dire, che vale una fetta ragguardevole del nostro Pil. Peccato, però, che tali affari siano letteralmente avvolti dalla nebbia, con la conseguenza che troppo spesso si finisce col commerciare anche con Stati che sistematicamente violano i diritti umani. Questo è il monito lanciato da Giorgio Beretta, analista ricercatore dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere e le politiche di sicurezza e difesa (Opal), ascoltato ieri nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile in commissione Esteri alla Camera. “Quando ragiona sull’esportazione di armi, la comunità internazionale dovrebbe muoversi secondo il principio ‘armi in cambio di diritti’. Quando vediamo diritti messi in pratica è lecito esportare armi”, ha detto Beretta.

Nel corso dell’audizione è stato rilevato più volte come in Italia ci sia una forte mancanza di trasparenza sul commercio delle armi, con le conseguenti criticità che comportano acquirenti poco attenti ai diritti umani. E tutto questo nonostante l’esistenza di un Trattato internazionale sul commercio delle armi che dovrebbe normare lecito e illecito. E invece, denuncia Beretta “esiste una zona grigia”. Accanto agli illeciti classici “di criminalità organizzata e triangolazioni” che, infatti, secondo i dati disponibili, sono all’origine del 5% del traffico illecito di armi, “la zona grigia è responsabile del 20-25%”.  Una zona grigia, ha sottolineato ancora Beretta, derivante da un’assoluta mancanza di trasparenza dell’Italia in fatto di comunicazione con le autorità mondiali sul nostro commercio.

L’esempio è di quelli sconcertanti: nel modulo annuale che tutti i contraenti del Trattato sul commercio delle armi devono consegnare, l’italia, a differenza degli altri Paesi, indica solo il numero di armi vendute, ma non i destinatari. Non solo: la relazione da consegnare al Roca, il registro delle armi Onu, non viene inviata dall’Italia dal 2009. “La gran parte degli armamenti che finiscono nel mercato nero provengono da questa zona grigia, che si può controllare solo avendo trasparenza piena”. Che oggi non c’è.

Twitter: @CarmineGazzanni

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