Autonomia fiscale, dopo 15 anni di flop ecco perché è una promessa elettorale

di Stefano Sansonetti
Economia

di Stefano Sansonetti

Un flop che dura ormai da troppo tempo. Sullo slogan “tratteniamo le tasse sul territorio”, prima ancora di Luca Zaia e Roberto Maroni, si è esercitato un esercito di ministri, fiscalisti, consulenti, governatori, sindaci e assessori. Ma il risultato è sempre stato lo stesso: un fallimento totale. Per questo oggi sorge spontaneo il dubbio su cosa possa effettivamente accadere dopo le due consultazioni sull’autonomia fiscale indette dalle regioni Veneto e Lombardia. Basta fare un po’ di cronistoria per avere il senso dell’incredibile buco nell’acqua. Quasi 15 anni fa si presentò in pompa magna. Era l’aprile del 2003 quando nacque, sotto i migliori auspici, l’Alta commissione sul federalismo fiscale. Il suo obiettivo principale era proprio quello di studiare un modo per dare autonomia di entrata e di spesa agli enti locali italiani. Esattamente quello che ora sono tornate a chiedere Veneto e Lombardia con i referendum dell’altro ieri.

Anche in quel 2003 la voglia di trattenere “le tasse sul territorio” era grande. Del resto la stessa Alta commissione debuttò sotto l’egida di un ministro dell’economia che ha sempre avuto una spiccata sensibilità ai temi leghisti, ovvero Giulio Tremonti. E la sua guida venne affidata a un profilo all’epoca molto tremontiano, ossia il super esperto fiscale Giuseppe Vitaletti, in quel periodo anche consulente al dicastero di via XX Settembre. Certo, in pochi oggi ricordano che quella Commissione era composta da 40 membri e prevedeva anche un Comitato istituzionale e un Comitato tecnico-scientifico. E in pochi ricordano che tra i suoi componenti c’era Luca Antonini, ordinario di diritto costituzionale a Padova, oggi uno dei più ascoltati consulenti legali del medesimo Zaia. Ma in quell’Alta commissione sedevano anche personalità all’epoca legate alla Lombardia, come l’allora assessore al bilancio Romano Colozzi e l’allora capo del settore tributi Aurelio Bertozzi. Già nel 2005, però, a causa del mancato accordo sul federalismo fiscale all’interno della Conferenza Stato, Regioni ed enti locali, la Commissione dovette alzare bandiera bianca. Ma presentò un documento conclusivo di 118 pagine in cui proponeva la compartecipazione degli enti locali al gettito di alcune imposte erariali, accompagnata dal riconoscimento di alcuni tributi propri. Non se ne fece nulla.

Nel 2009, però, arrivò più o meno un colpo di scena. Sempre con Tremonti a via XX Settembre, il ministero dette vita a una molto simile Commissione paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale. E chi venne chiamato a presiederla? Proprio Luca Antonini, già componente della precedente commissione, uomo del Nord, oggi vicinissimo a Zaia. L’organismo era composto da 38 membri e in rappresentanza delle Regioni c’era nientemeno che Mauro Trapani, altro uomo del Nord poi diventato fedelissimo di Zaia, al punto di essere nominato responsabile area Sviluppo economico della Regione Veneto. Di più, perché la Commissione Antonini venne arricchita da un’altra quarantina di collaboratori, divisi in ben sei gruppi di lavoro. Qui la parte del leone era rappresentata da accademici dell’Università di Padova come Mario Bertolissi, Gilberto Muraro, Carola Pagliarin, Carlo Buratti e Bruno Barel, tutti provenienti dall’ateneo di Antonini. Sia chiaro: entrambe le commissione hanno svolto un lavoro enorme, pieno di analisi economiche e di proposte. Ma alla fine nulla è accaduto, anche se dietro c’erano uomini oggi molto vicini al trionfatore del referendum di domenica scorsa, il Governatore Zaia.  Così, con Pier Carlo Padoan al Tesoro, la commissione Antonini è stata soppressa (2015). Al suo posto è stata costituita la Commissione tecnica per i fabbisogni standard, guidata dal consulente economico di Palazzo Chigi Luigi Marattin. Tra i suoi 11 componenti figura anche il segretario generale della giunta lombarda, Antonello Turturiello. Certo, i fabbisogni standard sono una cosa molto precisa. Ma non sono affatto estranei a quell’applicazione di federalismo fiscale tanto invocata dal Nord. E così, dopo 15 anni, 3 Commissioni e più di 100 tra esperti e consulenti, lo slogan “trattenere le tasse sul territorio” è rimasto lettera morta. Di qui la domanda finale: Zaia è stato bravissimo a “vincere” il referendum, con tanto di ritorno politico personale, ma sarà in grado di dare veramente ai veneti la tanto agognata autonomia fiscale?