Cadono le ultime trincee per difendere il sottosegretario Siri. L’intercettazione che lo inguaia esiste davvero. E ora i pm l’hanno depositata

di Davide Manlio Ruffolo
Politica

L’accusa di corruzione contestata al sottosegretario leghista per le Infrastrutture e senatore, Armando Siri, è di quelle che fanno tremare i polsi. Eppure tutta l’attenzione era finita, quasi si fosse in presenza di una spy story, sull’intercettazione regina pubblicata da alcuni quotidiani e smentita da altri ma che ieri è stata depositata al tribunale del Riesame dagli inquirenti. Un caso che ha scosso l’opinione pubblica, scatenato veleni e che ora sembra essere giunto ad una nuova svolta perché la chiacchierata della discordia esiste davvero ed è contenuta all’interno di una mini informativa di quindici pagine. Stando a quanto si apprende, si tratterebbe di una conversazione tra l’ex parlamentare di Forza Italia Paolo Arata e suo figlio Francesco con i due, ignorando di essere sotto intercettazione, che dialogano della presunta mazzetta da 30 mila euro destinata al sottosegretario leghista Siri.

Proprio questo audio, la cui qualità non sarebbe eccelsa, è considerata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e dal pubblico ministero Mario Palazzi come la prova regina che ha determinato l’iscrizione del fedelissimo di Matteo Salvini nel registro degli indagati. Il colloquio incriminato però non risulta ancora nella disponibilità delle parti come dichiarato ieri dall’avvocato Gaetano Scalise, difensore di Arata, che nei giorni scorsi aveva fatto ricorso contro il sequestro del computer portatile e dello smartphone del suo assistito. Una richiesta di restituzione su cui i magistrati romani hanno già dato parere contrario perché ritengono questi apparecchi telematici di vitale importanza per il proseguo dell’inchiesta.

Seppur di poche pagine, l’informativa dei pubblici ministeri è tutt’altro che scarna. Anzi al suo interno sono contenuti nomi e fatti che sono stati resi illeggibili dagli inquirenti, dato che potranno essere liberamente acquisiti dalle parti, per non compromettere il proseguo delle indagini. Un punto, questo, che fa pensare al fatto che l’inchiesta sia tutt’altro che conclusa e che potrebbe addirittura portare a nuovi e inaspettati sviluppi. Quel che è certo è che all’interno delle quindici pagine sono contenuti gli elementi di prova raccolti nei confronti di Siri che, stando al capo d’imputazione, in cambio della promessa di una mazzetta da 30mila euro da parte di Arata, avrebbe messo a disposizione le sue funzioni di senatore e sottosegretario per riuscire a forzare la mano su alcuni emendamenti, poi non andati a buon fine, in materia di incentivi per il cosiddetto minieolico.

Soldi che in questo modo sarebbero finiti nelle tasche degli imprenditori indagati, in particolare in quelle del re dell’eolico Vito Nicastri. Proprio quest’ultimo, socio in diverse società con Arata, è finito ai domiciliari nei giorni scorsi perchè considerato il finanziatore e protettore della latitanza del superboss Matteo Messina Denaro. E qui occorre fare una precisazione: il sottosegretario accusato di corruzione potrebbe non esser stato a conoscenza dei legami di amicizia e imprenditorialità tra Arata e il ras dell’energia green. L’inchiesta inoltre deve ancora chiarire se il pagamento della mazzetta sia effettivamente avvenuto o meno. Un dubbio che i magistrati hanno tutt’ora perché, stando a quanto emerso, non sarebbero state trovate prove schiaccianti che confermino l’avvenuto pagamento della tangente che, per ora, resta confinata ad un’intercettazione tra Arata e il figlio. Ma quella di Siri non è l’unica rogna per il Carroccio. La Dda, infatti, sta indagando su presunti rapporti tra il clan rom dei Di Silvio e alcuni esponenti della Lega di Latina.