Camere di commercio abolite. In bilico la riforma del Pd. Il decreto del Governo Gentiloni alla Consulta. Le soppressioni a rischio incostituzionalità

di Carmine Gazzanni
Politica

A breve tra i disastri targati Pd dovremmo aggiungere, accanto alle riforme Boschi e Madia e il Jobs Act, l’accorpamento delle camere di commercio. Qualcuno forse lo ricorderà: parliamo di un’altra delle misure cardine della scorsa legislatura tesa a razionalizzare la spesa pubblica e a semplificare la macchina amministrativa. Ebbene: oggi veniamo a sapere che quel decreto di soppressione e accorpamento degli enti camerali potrebbe essere incostituzionale. A dirlo chiaramente è stato pochi giorni fa il Tar del Lazio che ha dichiarato “rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale” della legge che ha portato, appunto, alla soppressione delle camere di commercio. Ora a decidere sarà la Corte costituzionale, a cui i magistrati amministrativi hanno immediatamente inviato le carte.

Ma per capire di cosa stiamo parlando, partiamo da principio. Tutto nasce da un ricorso presentato dalla Camera di commercio di Terni che si è opposta al suo accorpamento all’ente di Perugia. Pietra dello “scandalo” sarebbe il decreto con cui sono stati decisi gli accorpamenti, del 16 febbraio 2018. Siamo, dunque, in pieno Governo Gentiloni. Secondo l’ente camerale si sarebbero verificati una serie di incostituzionalità, violazioni e “falsa applicazione della legge”. Rilievi che, secondo i magistrati amministrativi, avrebbero un che di fondato e che risalirebbero, oltre che al decreto ministeriale, alla legge delega (2015) e al successivo decreto legislativo (2016) con cui il Parlamento ha incaricato il Governo di occuparsi della questione camerale.

Ed ecco che la questione non tocca solo Paolo Gentiloni, ma arriva fino a Matteo Renzi. Tanto per non farci mancar nulla. E dove sarebbe l’inghippo? Semplice: nonostante la gestione delle camere di commercio sia un qualcosa che tocca le dinamiche regionali, “la legge delega ha previsto l’aquisizione del mero parere” della Conferenza Stato-Regioni e non un’intesa che, ovviamente, sarebbe stata più vincolante. In altre parole, le soppressioni risultano “sottratte all’apprezzamento […] delle autonomie regionali”. E tutto risalirebbe proprio alla legge delega del 2015 che “avrebbe dovuto prevedere […] l’intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni”.

Ma oltre al danno, ecco anche la beffa. Il 13 dicembre 2017 la Corte costituzionale già si era pronunciata a riguardo riconoscendo l’illegittimità della norma proprio nella parte “in cui si stabilisce che il decreto deve essere adottato sentita la Conferenza […] anziché previa intesa con detta Conferenza”. Dopo quella pronuncia il ministero allora diretto da Carlo Calenda sottoponeva un nuovo schema di decreto proprio alla Conferenza. In quell’occasione il verbale della seduta recava chiaramente l’indicazione della “mancata intesa”. Ma, a quanto pare, l’allora Governo targato Pd ha fatto di testa sua. Collezionando l’ennesima figuraccia.

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