Casta gay alla Camera, solo articoli a vanvera. Nessuna apertura agli omosessuali: applicato lo stesso diritto di cui godono i professionisti

di Vittorio Pezzuto
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di Vittorio Pezzuto

Leo Longanesi ha scritto che «un vero giornalista spiega benissimo quello che non sa». Mai aforisma si è rivelato più azzeccato. Rileggete ad esempio gli articoli che ieri sono stati dedicati alla decisione dell’Ufficio di presidenza della Camera di concedere ai deputati l’estensione (beninteso a pagamento) dell’assistenza sanitaria integrativa a favore di un loro convivente. Molti quotidiani hanno volentieri ceduto alla tentazione del titolo demagogico (“Parità per le coppie gay, ma solo quelle della Casta”, “Un gay pride tutto del Palazzo, dove gli uguali sono più uguali”), additando ai propri lettori una decisione che allargherebbe ulteriormente il solco che separa i politici da tutti gli altri cittadini. E invece no, fermi tutti. La Camera ha semplicemente esteso ai propri membri la stessa possibilità di cui godono diverse categorie di professionisti. Compresa quella dei pontificanti giornalisti, che dal 1997 possono decidere di estendere i benefici della Casagit anche ai loro conviventi more uxorio, indipendentemente dal loro sesso.

Nessun viatico per una legge sulle coppie di fatto
Ha quindi ragione Carlo Giovanardi: quella affrontata l’altro giorno è semplicemente una questione economica «che consente ai parlamentari ciò che ogni cittadino può già fare con una convivenza privata». Il senatore del Pdl dice di essere «veramente allibito per l’ignoranza dei giornalisti, che hanno scritto senza aver letto il contenuto della delibera. Avrebbero altrimenti scoperto che l’Ufficio di presidenza ha deciso che un parlamentare può indicare come beneficiario della polizza un’altra persona convivente (che sia lo zio o una sorella, poco importa). Ma soprattutto che è stato tolto il riferimento al more uxorio introdotto nel 2001 dal presidente Pier Ferdinando Casini. Se fosse rimasto, allora sì che ci saremmo trovati davanti a un passaggio davvero innovativo».
Nichi Vendola, Franco Grillini, Imma Battaglia e compagnia dichiarante si rassegnino: nessuna decisione storica, nessun privilegio per pochi da estendere a tutti gli italiani e soprattutto nessun viatico implicito della Camera a una rapida approvazione di una legge che regolamenti i diritti delle coppie di fatto.
Provate a spiegarlo all’ex deputata del Pd Paola Concia, che a botta calda aveva chiosato che rispetto alla passata legislatura «la differenza l’ha fatta un ufficio di presidenza a maggioranza progressista». Mica vero, visto che il Pdl ha votato a favore e che il Movimento 5 Stelle si è astenuto. Quando glielo facciamo notare, resta per un attimo in silenzio e poi ammette: «Mi fa piacere che il partito di Berlusconi ci abbia ripensato. Quanto ai grillini, in effetti sono stati ambigui». Per questa paladina dei diritti degli omosessuali, il successo colto da Ivan Scalfarotto non lenisce l’amarezza accumulata nel recente passato: «Per cinque anni sono stata l’unica parlamentare a essere discriminata perché avevo dichiarato di avere una compagna dello stesso sesso. Tutte le altre coppie, anche quelle omofobe, hanno invece tranquillamente usufruito della possibilità che si ostinavano a negarmi. Ma guarda caso non ho visto tutti questi indignati levarsi in mia difesa, non ho mai assistito a un sollevamento di popolo in mio favore. Anzi. Mi viene da pensare che forse è perché sono lesbica, e nella società italiana le lesbiche fanno ancora più fatica a farsi accettare».
Anche nel Pd? «Al mio partito non rimprovero nulla. In ufficio di presidenza era banalmente in minoranza. Non mi sono sentita sola in Parlamento: lo ero oggettivamente. Sa che le dico? Paradossalmente, se non fossi stata una deputata ma una professionista avrei potuto disporre della possibilità che mi è stata negata». Quindi ha ragione Giovanardi? «Beh, in effetti sì».