Com’è finita con le ammucchiate di Centrodestra. Nelle regioni hanno stravinto ma governare è un calvario

di Carmine Gazzanni
Politica

Il Centrodestra ha riconquistato Abruzzo, Basilicata, Sardegna. Urrà. Urla di giubilo. Tutti felici e contenti per l’ondata di cambiamento che ha investito, nel giro di poche settimane, tre regioni italiane. Tutti felici e contenti – specie dai vertici di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega – finché non finiscono i festeggiamenti, finché non si deve cominciare a lavorare. Ed è lì che l’accozzaglia con cui si corre alle amministrative, un coacervo di liste e listarelle che durano il tempo di raccogliere qualche sparuto voto qua e là, mostra tutto il suo lato grottesco.

L’invincibile armata della narrazione pre-elettorale dei capoccia del centrodestra scesi per l’occasione in terre mai visitate prima e mai più visitate dopo, si manifesta per quella che è: una misera Armata Brancaleone il cui unico pensiero è capire come restare in piedi il più a lungo possibile. E così, tanto in Abruzzo quanto in Sardegna e Basilicata, se è vero che il centrodestra ha schiacciato centrosinistra e Movimento cinque stelle, è altrettanto vero che governare adesso è praticamente impossibile. Figuriamoci governare bene: una chimera.

Il caso più eclatante arriva dalla Sardegna. Il neo governatore Christian Solinas (che ha vinto dopo essere stato sostenuto da qualcosa come undici liste in coalizione!), per risolvere l’impasse, ha deciso di fare le cose a metà. Dopo giorni di trattative con le forze politiche del centrodestra che lo hanno sostenuto, ha presentato la sua giunta. Peccato sia, per l’appunto, dimezzata: solo 5 assessori su 12. Otto le deleghe (Agricoltura, Industria, Lavori pubblici, Cultura, Urbanistica, Affari generali, Trasporti) che Solinas ha trattenuto a sé. Due sono le cose: o il governatore ha tentazioni dittatoriali oppure la quadra è ben lontana dall’essere definita. Ed è abbastanza curioso se si pensa che le regionali in Sardegna si sono tenute il 24 febbraio. Un mese e mezzo fa.

Chi ha vissuto uguale delirio è stato il collega di Solinas, Marco Marsilio, presidente della Regione Abruzzo. Dopo le elezioni regionali tenutesi il 10 febbraio, il 12 marzo il governatore ha formato la sua giunta. In quel mese si sono susseguite liti furibonde, minacce, fuoriuscite dalla coalizione, ricatti. Il modo migliore per cominciare una consiliatura all’insegna del cambiamento, insomma. Tanto che il povero Marsilio ha pensato all’unica soluzione possibile: nominare una prima giunta, cambiare lo statuto regionale e allargare il numero massimo dei componenti della giunta stessa.

“Segnalo – aveva detto un Marsilio in evidente difficoltà per giustificare una manovra che per tanti è figlia dell’accozzaglia elettorale – che la Regione ha solo 6 assessori, io questo lo considero un problema di funzionalità, perché una normale città ha 9, 10, a volte 12 assessori. Io credo che affidare a sole 6 persone questo compito immane sia alla radice di tante disfunzionalità. Porrò questa riflessione al Consiglio regionale, nella prima seduta”. Per fortuna (almeno per ora) non se n’è fatto più nulla: la giunta abruzzese è rimasta con 6 assessori. Ma chissà che un bel giorno non ci ritroveremo con una giunta che conta più membri del consiglio.

Infine c’è la Basilicata, ultime terra chiamata al voto prima dell’appuntamento atteso a fine maggio con le europee. A 14 giorni dalle elezioni regionali del 24 marzo, il neogovernatore Vito Bardi ancora non ha una giunta. E, a dire il vero, ancora non ha neanche un consiglio. La Corte di Appello, infatti, non ha ancora terminato l’esame dei verbali relativi alle elezioni che hanno decretato la vittoria del centrodestra. E se il consiglio latita, figuriamoci la giunta: “Sto lavorando sul programma da sottoporre alla maggioranza. Solo dopo mi dedicherò all’esecutivo, previo consulto con gli alleati”, ha detto Bardi cercando di guadagnare tempo e sperando in un esito più felice rispetto ai colleghi presidenti di Sardegna e Abruzzo.

Ma resta un quesito che aleggia sull’immobilismo delle prime settimane di non-governo regionale: costoro non sono stati eletti perché, a loro dire, non si è fatto nulla nella sanità, sul lavoro, per i giovani? La partenza a zero allora lascia a maggior ragione perplessi. Specie se si pensa che l’unico motivo per cui vige lo stop assoluto sono le nomine e la spartizione per l’accozzaglia. Vengono in mente le parole di Brancaleone da Norcia, magistralmente interpretato da Vittorio Gassman, che rivolto alla sua Armata diceva: “Dovete sequire et pugnare! Poche conte! Se no qui stemo a prenderci per le natiche”. Appunto.

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