Contrordine, ci siamo sbagliati. Mea culpa di Calenda sul dl Dignità. L’ex ministro ammette che il decreto Di Maio funziona. Già 207mila i contratti precari stabilizzati nel 2019

di Alessandro Righi
Politica

Contrordine compagni, ci siamo sbagliati. Altro che flop, il decreto Dignità del suo successore al ministero dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, funziona. Parola del predecessore e spina nel fianco del nuovo Pd zingarettiano, Carlo Calenda. Sì, proprio così. Dopo aver duellato per settimane con il leader M5S praticamente su tutto – dalla Whirlpool a Mercatone Uno fino ad Alitalia – arriva il mea culpa sulle politiche del lavoro targate Cinque Stelle. “Sta avendo effetti positivi sulle conversioni dei contratti”, ammette in un tweet a proposito della prima misura varata da Di Maio non appena diventato ministro.

No, non è un’allucinazione. E’ proprio lo stesso Calenda che aveva definito in un’intervista a La Stampa, il 6 luglio 2018, il decreto Dignità “un mix di incompetenza e populismo”. Ribadendo successivamente il concetto: “Sta creando una grandissima confusione sul mercato del lavoro”. Fino alla parziale retromarcia di fronte all’evidenza dei numeri. “Sta avendo effetti positivi sulle conversioni dei contratti”, da tempo determinato a indeterminato. “Più di quel che pensavo”, verga nero su bianco rispondendo al commento di un follower. Sebbene l’ex ministro dei governi Renzi e Gentiloni imputi allo stesso provvedimento anche “effetti drammatici sui mancati rinnovi”. Ergo: “Va approfondito bene. Manteniamoci oggettivi. Sempre”.

CARTA CANTA. Una presa d’atto quella di Calenda che arriva in concomitanza con gli ultimi dati delle comunicazioni obbligatorie resi noti dal ministero del Lavoro. E che rivelano come, nel primo trimestre del 2019, le posizioni a tempo indeterminato siano salite di 207mila unità rispetto al trimestre precedente, mentre quelle a tempo determinato si sono ridotte di 69mila. La crescita dei posti stabili e il calo di quelli precari sono influenzate dal “notevole aumento delle trasformazioni a tempo indeterminato (+223mila, +55%)”, si legge nel rapporto, “che raggiungono il livello massimo della serie storica”. Anche se Calenda ha poi precisato di aver “sempre riconosciuto pubblicamente il dato”, invitando però a considerare anche la “perdita complessiva di occupati” – stando ai dati del ministero però l’occupazione rispetto al quarto trimestre 2018 è cresciuta dello 0,4% e su base annua dell’1,1% – e “il dato jobs act che vale più del doppio”.