Da Alitalia alla Manovra, gli altri dossier aperti. Conte alle prese con le fughe in avanti dei renziani e i malumori nel Pd

di Francesco Carta
Politica
GIUSEPPE CONTE

Manovra, Alitalia, le fughe in avanti della truppa renziana, oltre ai malumori serpeggianti tra i Cinque Stelle e nel Pd. Un percorso a ostacoli disseminato di insidie, quello che il Governo si trova a dover affrontare. E con le quali il premier Giuseppe Conte, nel pieno dell’emergenza Ilva, dovrà di qui a breve fare definitivamente i conti.

INCOGNITA RENZI. Nonostante affermi a ogni occasione di voler sostenere con lealtà l’Esecutivo, Matteo Renzi è la vera mina vagante della maggioranza. Una reputazione che si è costruito già dal giorno del giuramento, annunciando l’addio al Pd e la nascita di Italia Viva. Una mossa apparsa subito per quello che si è poi rivelata: una vera e propria dichiarazione di guerra all’Esecutivo. Rivelando, nelle settimane successive, una precisa strategia: fare nel Governo giallorosso lo stesso gioco di Salvini in quello gialloverde.

MANOVRA A STRAPPI. Eloquente, al riguardo, il confronto sulla Manovra. Mentre in Consiglio dei ministri la delegazione di Italia Viva parlava la stessa lingua degli alleati, Renzi impallinava a colpi di tweet Quota 100, plastic tax e i benefici per le auto aziendali. Un atteggiamento che, di certo, non ha aiutato i Cinque Stelle più critici a digerire l’alleanza con i vecchi nemici giurati del Pd e, a maggior ragione, con i renziani. A pagarne il prezzo più alto è stato però il capo politico, Luigi Di Maio, alle prese con i maldipancia dei parlamentari nel Palazzo e con quelli della base nel Paese. La vicenda ArcelorMittal è la più eloquente fotografia della situazione.

MALUMORI DEM. Ma se Sparta piange, Atene non ride. La mossa di Renzi, che ha aperto in piena crisi del Conte-1 al Conte-2 a trazione giallorossa, tirandosi dietro il grosso dei deputati e dei senatori dem, ha costretto il segretario Pd, Nicola Zingaretti, a rinunciare al voto anticipato che aveva caldeggiato per ripulire riprendere il controllo dei gruppi parlamentari imbottiti dal predecessore di suoi fedelissimi. Piano sfumato. E, nonostante la scissione con l’addio dei renziani, il partito non ha ancora ritrovato l’unità sperata. Tra i vari Orfini (in rotta sul tema migranti), Boccia (contrario allo scuda per l’Ilva), per Zingaretti tenere le redini del Pd si sta rivelando un’impresa. Un’altra grana pure per Conte.

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