Da Amato alla Lorenzetti, da Verdini a mons. Scarano. La Costa Concordia risale mentre l’Italia affonda

di Angelo Perfetti

Voi affidereste un ruolo da giudice a chi qualche anno prima ha consigliato a una testimone – in un processo chiave – di non raccontare tutta la verità e nient’altro che la verità a un magistrato? Il presidente della Repubblica sì.
Voi dareste un incarico in un organismo che controlla la liceità o meno di una legge a chi per anni è stato dall’altra parte, cioè dalla parte di chi le scrive? Ino stanza, dareste la patente di controllore a chi prima era un controllato? Il presidente della Repubblica sì.
Voi dareste credito a chi, pur avendo tanti soldi di proprio ed essendo un punto di riferimento politico a livello nazionale, chiede a un altro potente di non scendere dal contributo di 150.000 euro a “soli” 125.000 per una questione importantissima come il finanziamento di un torneo di tennis a Orbetello? Il presidente della Repubblica sì.
Il presidente della Repubblica si chiama Giorgio Napolitano, degnissima persona che ha costruito insieme a tanti altri la Prima Repubblica. Destinatario di cotanta fiducia è Giuliano Amato, fresco di nomina a giudice della Corte costituzionale, ex socialista negli anni della Milano di bere, ex premier dalle mani istituzionali lunghe, deputato del PSI dal 1983 al 1994 al fianco di Bettino Craxi, ex sottosegretario alla Presidenza del consiglio , ex Ministro del Tesoro. Lui la Prima Repubblica l’ha vissuta fino in fondo, le è sopravvissuto fino ad arrivare ai nostri giorni. Una persona illuminata, senza dubbio, competente e dotta; ma non per questo l’unica a poter ricoprire un ruolo che, per la sua delicatezza, poteva essere affidato ad altri. Ma il potere ha la capacità di autoproteggersi e di conservarsi. Ecco dunque Re Giorgio pensare a lui – attenzione, dopo aver riflettuto tra diverse candidature, ha detto il Colle – per il ruolo di giudice della Consulta. Eppure ci sono intercettazioni in inchieste giudiziarie che lo inchiodano a responsabilità politiche pesantissime, estremamente limitrofe a quelle penali. Ma il potere è così, viaggia in un suo mondo, si riconosce e, appunto, si sostiene.

Gli attacchi di grillini e FdI
Come stupirsi poi se i grillini, che hanno fatto del “vaffa” contro la casta la benzina principale del motore della propria azione politica ne chiedano la testa? Il Movimento 5 Stelle infatti, per voce di Nicola Morra, capogruppo al Senato, presenterà (facendo riferimento in particolare all’articolo del Fatto Quotidiano che ha sollevato il caso) un’interrogazione urgente al premier Enrico Letta e al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri.
Ma i pentastellati non solo gli unici a criticare aspramente la scelta del Colle: “E’ una tremenda occasione persa. Lo voglio dire anche al Presidente Napolitano”, ha detto il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera Giorgia Meloni. “Mi sembra che Amato sia li a difendere il fortino, perché gli italiani sanno benissimo che si tratta di un uomo che prende oltre 30mila euro di pensione ed ora è membro del l’istituzione che dichiarò incostituzionale il taglio delle mega pensioni”.

Verdini e il maxi-prestito
C’è anche Denis Verdini, il coordinatore del Pdl, coinvolto in diversi scandali dal G8 alla P3, finito al centro di un’inchiesta sulla gestione del Credito cooperativo fiorentino (Ccf), di cui è stato presidente. Dalle intercettazioni effettuate, emerge che Verdini avrebbe telefonato al presidente di banca Mps e Abi Giuseppe Mussari per chiedergli un favore riguardo il finanziamento da 150 milioni di euro che le due banche avevano concesso alla Btp. L’indagine rappresenta un filone dell’inchiesta sui Grandi eventi che nel febbraio del 2010 portò a una serie di arresti e perquisizioni. Nelle intercettazioni avrebbe chiesto a Mussari (estraneo all’inchiesta) l’aiuto ad accollarsi la quota di prestito concessa dal Ccf, pari a 10 milioni. Alla fine, però, la richiesta di Verdini non sarebbe stata esaudita.

Un sistema sotto accusa
Il punto però non è questo o quel procedimento penale. E’ il sistema sotto accusa: con Mussari parlavano un po’ tutti: Amato, Verdini, ma anche Santanché, Berlusconi, Fassino, Prodi. Si dirà: è normale che i vertici della politica nazionale parlassero con i poteri forti del mondo bancario. Fino a un certo punto. Una cosa è dialogare sulle politiche economiche e il loro impatti sul sistema creditizio nazionale, altro è presentarsi col cappello in mano dal mero gettone per un torneo di tennis fino copertura economica di ingenti somme utilizzate per speculazioni bancarie. Tutto mentre il Paese affonda e le piccole imprese fanno salti mortali per aprire una linea di credito in banca, spesso strangolate dai mancati pagamenti della pubblica amministrazione.

Il nodo della presidenza
La partita per la presidenza della Corte Costituzionale vede i nomi dei due attuali vice presidenti, Luigi Mazzella e Gaetano Silvestri, ma anche quelli di altri due possibili “candidati”: Sabino Cassese e Giuseppe Tesauro. Per capire come realmente andranno le cose bisognerà aspettare giovedì 19. Domani, infatti, giurerà Giuliano Amato, e sarà così ricostituito il collegio dei 15 giudici, che sceglierà al proprio interno il nuovo presidente.

Corrotti ad alta velocità. Arrestata la Lorenzetti

di Andrea Koveos

La corsa finisce a Foligno, nell’ombelico del mondo. La corsa di migliaia di aziende che ogni giorno, in tutto il Paese, tentano di lottare contro la crisi e che, purtroppo, non ce la fanno. Imprese oneste contro cui un sistema, corrotto, sbatte la porta in faccia, impedendone la ripresa. È di ieri l’ultimo esempio di questa strategia del malaffare che vede complici politica e criminalità organizzata. Maria Rita Lorenzetti, folignate, ex presidente della Regione Umbria, è finita agli arresti domiciliari a seguito dell’indagine sul nodo fiorentino dell’alta velocità. Un capo d’accusa pesante quello guidato dal procuratore Quattrocchi e dai Pm Monferini e Tei: abuso d’ufficio, associazione a delinquere e corruzione, tutte con possibilità di reiterazione. Per l’accusa la signora avrebbe agevolato affari illeciti, in cambio di favori per il marito.
A pochi giorni di distanza dalle dichiarazioni del Presidente Enrico Rossi e del sindaco Matteo Renzi sull’imminente riapertura dei cantieri fiorentini dell’Alta Velocità, la magistratura rimette tutto in discussione con un’inchiesta giudiziaria che produce primi sorprendenti risultati. Una storia di appalti pilotati che oltre a scuotere l’opinione pubblica danneggia imprese e lavoratori impantanati sempre più in una crisi economica senza precedenti di cui la politica sembra non solo disinteressarsi ma perfino approfittarsi. Perchè prima di tutto ci sono gli affari, quelli personali. Tornando alla vicenda di ieri, sei sono stati gli arresti tra cui, appunto, l’ex governatrice del Pd, molto vicina a Massimo D’Alema, e capo dal 2010 di Italferr, società del gruppo Ferrovie dello Stato che opera nel settore dell’ingegneria dei trasporti ferroviari e dell’Alta Velocità. Accuse che per il momento hanno determinato il blocco dei lavori della Tav cittadina. Al momento 31 sono le persone indagate per associazione a delinquere: una rete composta dai vertici della Italferr e della Rfi (che si definisce parte lesa), società del gruppo Ferrovie, delle coop rosse (Coopsette) e da funzionari dei ministeri delle Infrastrutture, dell’Ambiente e dell’Autorità di vigilanza per gli appalti pubblici, soggetti che avrebbero lucrato risparmiando sulle commesse per lo smaltimento dei residui di scavo. Le indagini sul passante ferroviario fiorentino dell’alta velocità e sui cantieri presero le mosse da un’inchiesta della Procura di Firenze il 17 gennaio scorso. I reati contestati truffa e corruzione.

L’indagine
Il primo riguarda l’ipotesi di illecito smaltimento dei fanghi; l’altro la scarsa sicurezza dei materiali e dei macchinari, primo fra tutti la grande trivella con cui si sarebbe dovuto costruire il tunnel. La Procura di Firenze ha ipotizzato l’utilizzo di materiale scadente e pericoloso per la costruzione delle gallerie. In particolare, sarebbero stati utilizzati materiali ignifughi di bassa qualità, probabilmente allungati con acqua, e che avrebbero messo a rischio la sicurezza della galleria stessa. La fresa Monnalisa, utilizzata per gli imponenti scavi è stata sequestrata dai carabinieri del Ros, perchè secondo l’accusa sarebbe stata costruita con guarnizioni non in grado di sostenere la pressione dello scavo. Per questo, fra i reati ipotizzati dalla magistratura del capoluogo toscano, si trovano l’associazione a delinquere, truffa, corruzione, gestione e traffico illecito di rifiuti, abuso d’ufficio e violazione delle norme paesaggistiche. Sul filone dell’indagine relativa ai rifiuti, una delle ipotesi dei pm fiorentini è che fra le ditte che smaltivano i fanghi e le acque nei cantieri del nodo fiorentino della Tav, una, del casertano, avrebbe avuto legami con la criminalità organizzata, in particolare con il clan dei Casalesi. L’intera inchiesta sarebbe partita proprio da un accertamento del Corpo Forestale dello Stato e dell’Arpat sullo smaltimento dei fanghi e delle acque dei cantieri. Secondo l’accusa, le ditte incaricate della raccolta, del trasporto e dello smaltimento in discarica, fra cui quella del casertano, si sarebbero spartite, accordandosi fra loro, il quantitativo dei rifiuti. Nell’inchiesta, tra gli indagati anche il general contractor dell’opera, la Novadia, l’azienda che ha vinto l’appalto per la costruzione del tunnel da Campo di Marte a Castello

L’ordinanza
Nella misura cautelare, motivando l’esistenza di un’associazione a delinquere di cui Lorenzetti viene ritenuta una dei promotori, il gip scrive che ”ognuno nel ruolo al momento ricoperto provvede all’occorrenza a fornire il proprio apporto per il conseguimento del comune interesse, acquisendo meriti da far contare al momento opportuno per aspirare a più prestigiosi incarichi, potendo contare che gli effetti positivi si riverbereranno, anche se non nell’immediato, sui componenti della squadra medesima sotto forma di vantaggi anche di natura economica”.

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