Da Telecom alla nuova Fondazione per la Cybersecurity, pensando persino a Bankitalia. Zitti zitti qui tornano a fare tutto i Servizi segreti

di Stefano Sansonetti
Primo piano

E’ un periodo in cui i Servizi segreti vanno molto di moda. Un po’ perché lambiti dalle polemiche sull’ormai famoso caso Consip, che ha messo in crisi mezzo “giglio magico” renziano. E un po’ perché negli ultimissimi tempi il loro intervento è stato favorito dal Governo in alcune partite fondamentali. Su tutte quella riconducibile sotto l’espressione “golden power”, dal nome applicato al decreto con cui la settimana scorsa l’Esecutivo ha cercato di tutelare gli asset strategici di Tim, l’ex Telecom Italia. Nel provvedimento, fortemente voluto dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, è stato previsto il rafforzamento all’interno dell’ex monopolista di un’unità organizzativa per la sicurezza la cui guida sarà demandata a un funzionario del Dis, Dipartimento informazioni per la sicurezza, in pratica la struttura di coordinamento dei nostri Servizi interni ed esterni. Insomma, una misura che un po’ riconduce Tim sotto il cappello di controllo degli 007.

LE MOSSE
E chissà che non sia anche per questo motivo che ieri hanno preso corpo le voci circa l’intenzione dei francesi di Vivendi, primi azionisti di Tim con il 23,9% del capitale, di fare ricorso contro un decreto che di fatto “appende” la loro presenza nella società alle decisioni comunque orientate dai Servizi segreti italiani. L’ultima novità in ordine di tempo è contenuta in un articolo spuntato in una delle ultime versioni della Manovra, nel quale si prefigura la costituzione, dal parte del medesimo Dis, di una fondazione deputata a occuparsi di cyber security con gli apporti (anche finanziari) di enti pubblici e privati (vedi articolo nella pagina a fianco). Se la norma venisse confermata nella versione definitiva della legge di bilancio, sarebbe un altro tassello del mosaico che vede gli 007 italiani sempre più chiamati in causa dal Governo, oggi guidato da Paolo Gentiloni. Un’altra spia di questo trend, se vogliamo, può essere fornita dal totonomine che si è scatenato nei giorni scorsi a proposito della poltrona di Governatore della Banca d’Italia, attualmente occupata da un Ignazio Visco finito nella tormenta. Alcuni organi di stampa, oltre a fare i nomi più gettonati, hanno azzardato l’ipotesi che tra i papabili potesse esserci anche Paolo Ciocca. In passato super dirigente del ministero dell’economia, dove è stato numero uno del Dipartimento per le politiche fiscali, Ciocca oggi è vicedirettore generale del Dis (con incarico in scadenza).

LA RIFLESSIONE
Il fatto che il nome del numero due della struttura che coordina i nostri 007 sia stato inserito nella mischia, al di là delle effettive chance di raggiungere il traguardo, è indice di una certa tendenza che porta a guardare con interesse al coinvolgimento di uomini provenienti o transitati dai Servizi. In tutto questo, come detto, non si può prescindere dal ricordare tutto quello che è successo intorno al caso Consip, con una filiera di veleni e sospetti che dal Noe ha portato all’Aise. Il Noe è quel reparto di Carabinieri a cui da sempre si affida il pm di Napoli Henry John Woodcock. Al Noe lavorava il capitano Gianpaolo Sacafarto, poi finito nella bufera per la presunta alterazione di alcune risultanze investigative. E Scafarto era molto legato a Sergio De Caprio, alias “Capitano Ultimo”, l’uomo che arrestò Totò Riina e che nel 2016 si era trasferito all’Aise. Qui, a quanto parve all’epoca, era stato accolto a braccia aperte dal direttore, Alberto Manenti (anche lui in scadenza). In tempi più recenti, invece, si è registrata la repentina e misteriosa uscita dall’Aise dello stesso “Ultimo”, formalmente ricondotta a una scelta volontaria e concordata. Anche qui, però, al di là delle mezze verità, in un certo qual modo si è stagliato un ruolo non indifferente degli 007.
St. San.

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