Danni per 44,6 miliardi dalle frontiere chiuse. Allarme di Coldiretti sull’export agroalimentare. La stretta al Brennero pesa per quasi i due terzi

di Ginevra Landi
Economia

È un appello al senso di responsabilità, come molti se ne stanno facendo in questi giorni, quello del presidente della Coldiretti Ettore Prandini: parola d’ordine sostenere il Made in Italy in un settore come quello agroalimentare che, dai campi agli scaffali fino alla ristorazione, vale 538 miliardi di euro pari al 25% del Pil e offre lavoro a 3,8 milioni di persone. Ed è proprio ai supermercati, ipermercati e discount affinché sostenga il consumo di prodotti alimentari con la scelta di fornitori in grado di garantire la provenienza nazionale di alimenti e bevande che si rivolge Prandini in questo momento di difficoltà a causa dell’emergenza coronavirus.

La campagna di mobilitazione #MangiaItaliano è oggi più che mai indispensabile per fermare le speculazioni in atto sulla domanda di prodotti agricoli e alimentari, dopo la paralisi del turismo, i ristoranti vuoti, la chiusura forzata delle mense scolastiche e le difficoltà per l’export. “Con l’Italia isolata a rischio 44,6 miliardi di esportazioni agroalimentari a causa dei vincoli alle frontiere, delle difficoltà logistiche e al calo della domanda estera spesso favorita da strumentalizzazioni e concorrenza sleale”, avverte Coldiretti.

La stretta al Brennero dell’Austria è la più pericolosa con circa i due terzi (63%) delle esportazioni agroalimentari italiane interessano i Paesi dell’Ue con la Germania che si classifica come il principale partner con 7,2 miliardi. Ma limitazioni ai passaggi transfrontalieri sono state decise a nord anche dalla Svizzera, che ha deciso di chiudere alcuni valichi di collegamento con l’Italia mentre a est coinvolgono due tradizionali porte di passaggio delle merci verso l’Europa orientale, come la Slovenia e la Croazia che ha sospeso i collegamenti.

Con l’88% delle merci che in Italia viaggia su gomma, precisa ancora Coldiretti, “le difficoltà nell’export sono amplificate dalla rinuncia dei trasportatori stranieri, come i rumeni, a viaggiare in Italia per i vincoli di natura sanitaria posti dai propri paesi di origine ma anche dal calo della domanda estera per effetto della disinformazione, strumentalizzazione e concorrenza sleale con la campagna denigratoria sul cibo italiano.