Di Maio scopre il bluff del Capitano. Tregua armata nel governo. Retromarcia di Salvini. La crisi può attendere

di Francesco Carta
Politica

La quiete dopo la tempesta. Sono state 48 ore al vetriolo, trascorse tra continue schermaglie tra Lega e Cinque stelle. Tanto che l’idea di una crisi di Governo non era così peregrina. E invece, proprio nel momento in cui non erano pochi coloro che, calcolatrice alla mano, ragionavano sui tempi utili per salire al Colle e far cadere il Governo, tutto – ancora una volta – si è dimostrato una bolla che si gonfia, cresce, diventa gigantesca. Fino a esplodere e non lasciar nulla dietro di sé. “Escludo la crisi, solo dinamiche tra forze diverse”, ha detto ieri Luigi Di Maio ospite in tv, ad Agorà estate, su RaiTre. “È auspicabile che oggi (ieri, ndr) ci parliamo e ci vediamo: è giusto che ci incontriamo, ci chiariamo e andiamo avanti, perché c’è il Consiglio dei ministri ed il tavolo sull’autonomia”.

Alla fine, esattamente come Matteo Salvini aveva detto, nessun incontro c’è stato: il vicepremier leghista ha disertato sia il Consiglio dei ministri che il vertice sulle Autonomie. Ma ieri ha comunque fatto intendere che anche nelle intenzioni del Carroccio c’è il desiderio di continuare. A patto, però, che ci sia un mini-rimpasto (leggi articolo a pagina 2): “Con Di Maio mi vedrò sicuramente. Il problema non è lui. C’è un evidente e totale blocco sulle proposte, iniziative, opere, infrastrutture da parte alcuni ministri 5S che fa male all’Italia. Niente di personale, Luigi Di Maio è persona corretta e perbene, ma sono inaccettabili i ‘no’ e i blocchi quotidiani di opere e riforme da parte dei 5S.

Ieri Toninelli (con centinaia di cantieri fermi) che blocca la Gronda di Genova, che toglierebbe migliaia di auto e di tir dalle strade genovesi; oggi Trenta che propone di mettere in mare altre navi della Marina, rischiando di attrarre nuove partenze e affari per gli scafisti”. E non sono pochi, d’altronde, tra le file dei pentastellati coloro che ritengono che, dopotutto, la richiesta leghista sia ineludibile: “Dopo il risultato elettorale delle europee – spiega una fonte – era inevitabile che la Lega avanzasse prima o poi richieste di questo tipo. L’importante, ora, è gestire al meglio quest’eventualità”. Insomma, non è detto che alla fine il rimpasto ci sia e che non venga accolto dagli stessi pentastellati.

TERRENI CALDI. L’importante, dicono in maggioranza, è che si trovi nuovamente la quadra per continuare a lavorare. E su questo inevitabilmente potrebbero giocare brutti scherzi le partite ancora aperte, a cominciare dalle Autonomie su cui la discussione continua e i governatori leghisti hanno mostrato la propria insoddisfazione. C’è, poi, l’affaire sui presunti fondi russi alla Lega, tra le ragioni che ancora tengono in fibrillazione l’Esecutivo. “Se avessi sospetti su Salvini non sarei al Governo”, sostiene Di Maio ricordando che il segretario del Carroccio ha annunciato di voler andare in Parlamento anche prima del 24 luglio, giorno nel quale è previsto l’intervento del premier Giuseppe Conte al Senato proprio su Moscopoli. Quindi ribadisce di voler istituire una Commissione di inchiesta sui fondi avuti da tutti i partiti, “incluso il nostro”, precisa.

Altro terreno di scontro, il salario minimo, specie dopo le parole del sottosegretario al Lavoro, il leghista Claudio Durigon che ha fortemente criticato la norma. Subito zittito da Di Maio: “Mi permetta di dire che è semplice affermare ‘non facciamo una legge per chi guadagna 2 o 3 euro l’ora’ se si guadagnano 13 mila euro al mese. Ma il salario minimo è anche nel programma della Lega. Io dico solo facciamo la legge di bilancio con il salario minimo e la riduzione del cuneo fiscale”. Le schermaglie, dunque, continuano. Ma Di Maio e Salvini sono intenzionati a proseguire. In attesa di un loro personale incontro, dovranno riuscire a tenere a bada i loro fidi colleghi di partito. Se ci si pensa: la vera ragione, in un caso e nell’altro, degli scontri tra i due vicepremier gialloverdi.