Doppia mossa di Conte e Di Maio. Ora la crisi libica vicina alla svolta. Il ministro vola da Serraj e Haftar. Il premier chiama Putin. Si lavora pure per evitare una recrudescenza dell’Isis

di Carmine Gazzanni
Politica

Da una parte Giuseppe Conte al telefono con Vladimir Putin, uno dei massimi sostenitori del generale Khalifa Haftar, dall’altra Luigi Di Maio partito in missione lampo in Libia per incontrare il presidente Fayez Serraj e il generale Khalifa Haftar. Il governo italiano continua a lavorare, lontano dalle telecamere e dall’occhio scandalistico dei giornali, per trovare una soluzione seria e vera alla delicata crisi libica, una crisi che coinvolge non solo la zona mediorientale ma anche tutta l’Europa visto il rischio di un’eventuale recrudescenza del terrorismo, come spiegato dallo stesso titolare della Farnesina. Non a caso, presente all’incontro, c’era anche il ministro dell’Interno libico Fathi Bashaga e, soprattutto, il generale Luciano Carta, capo dell’Aise (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna).

“Lavorare per il rispetto dell’embargo sulle armi e per portare le parti a un cessate il fuoco permanente”, perché ci sono “paesi che ignorano la pace e che continuano ad armare le parti sul terreno”, ha spiegato Di Maio. In un post su Facebook l’ex capo politico dei 5 Stelle pubblica le foto dell’incontro e insiste: “C’è un rischio terrorismo che non possiamo sottovalutare – scrive -. Stiamo avendo un approccio inclusivo, coinvolgendo tutte le municipalità libiche e dialogando con tutte le realtà. L’obiettivo è ristabilire le adeguate condizioni di sicurezza affinché le nostre imprese possano anche tornare ad investire. Non è una strada, è la strada. Quella del buon senso e di chi ha davvero a cuore il destino del popolo libico e la sicurezza dei suoi cittadini”.

E a riprova di quest’approccio la notizia, che era trapelata ieri in serata, dell’incontro, avvenuto oggi, tra il comandante dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna), Haftar, e Di Maio. “In Libia c’è un popolo che vuole delle risposte. La risposta non può essere però in alcun modo militare. Non possono essere le armi o i bombardamenti. La strada da seguire deve essere inevitabilmente quella del dialogo e della diplomazia” ha scritto, dopo aver incontrato il generale a Bengasi, il ministro degli Esteri.

I TEMI IN CAMPO. La partita, ovviamente, è complicata visti gli interessi in campo e le pressioni internazionali sia su Serraj che su Haftar. Ma il fatto stesso che fosse presente il generale Carta lascia ben intendere come la strategia italiana non sia improvvisata e miri a trovare una soluzione per il bene della comunità libica e internazionale. Non si può dimenticare, d’altronde, i forti interessi che le imprese italiane hanno nel territorio libico e come l’Italia possa essere toccata da un eventuale acuirsi dello scontro in merito ai flussi migratori, di cui pure si è parlato nel corso dell’incontro.

L’incontro, d’altronde, è avvenuto pochi giorni dopo l’ufficializzazione da parte della Farnesina delle proposte inviate alla controparte libica riguardanti le modifiche al Memorandum d’intesa, che si è rinnovato automaticamente il 2 febbraio, sulla gestione dei flussi migratori. Dalla Farnesina, il 9 febbraio, hanno fatto sapere che nel documento inviato ai vertici del governo tripolino l’esecutivo italiano ha chiesto soprattutto maggiori tutele a chi fugge, in particolare alle “persone vulnerabili vittime dei traffici irregolari”.

TELEFONO BOLLENTE. Ma non è tutto. Nel frattempo, infatti, il premier Giuseppe Conte ha avuto una conversazione telefonica con Vladimir Putin, come reso noto proprio dal Cremlino, che specifica che è stata l’Italia a cercare la Russia per parlare di come proseguire il lavoro congiunto “volto a conseguire la normalizzazione a lungo termine della Libia”. I russi, come detto, sono tra i sostenitori di Haftar. La partita resta complicata. Soprattutto considerando la questione siriana, che si interseca con quella libica, e che vede in campo un altro personaggio da non sottovalutare: il presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

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