Cambiare il capo politico? Un’inutile scappatoia. Il M5S fa i conti con la sconfitta. Ma non serve un capro espiatorio

di Gaetano Pedullà

Il feeling con lo zoccolo duro del Movimento non si è interrotto, e la sofferenza che si poteva toccare con mano nella gigantesca seduta di psicoanalisi collettiva vista ieri per tutto il giorno sui canali social, dimostra che parlare di funerale dei Cinque Stelle è assolutamente prematuro. Milioni di simpatizzanti e di elettori però hanno voltato la schiena, e tutto questo non si può ignorare, così come non si può far finta di niente di fronte a due domande essenziali: Di Maio deve fare un passo indietro? E ai 5S conviene restare al Governo con un alleato che capitalizza tutti i meriti, pur producendo molto di meno? Su entrambi questi temi le opinioni si dividono, spinte più dalla voglia di svegliarsi da un incubo che da un motivo o una recriminazione effettiva.

A soli 32 anni, Di Maio ha messo un’energia incredibile in una serie di ruoli difficilissimi, sommando la responsabilità di leader politico, vicepremier e ministro dello Sviluppo economico. Salvini – si dirà – ha fatto la stessa cosa e non ha certo problemi di flessione nelle urne, ma la Lega ha parole di battaglia chiare sui migranti – ormai considerati l’epicentro di tutte le nostre paure – e una mastodontica faccia tosta nel governare con i 5S a Palazzo Chigi e con gli “avversari” Berlusconi e Meloni sui territori. Dunque di cosa si può chiedere conto al leader del Movimento? Di aver alzato troppo i toni di una campagna elettorale dove il Carroccio aveva occupato ogni spazio?
Di aver preteso che uscisse dall’esecutivo un sottosegretario – Armando Siri – finito in un’inchiesta inquietante? O di aver schierato delle capolista sconosciute contro i leader di partito piazzati maramaldamente in più circoscrizioni?

E andando più indietro: di aver salvato il ministro dell’Interno sulla vicenda Diciotti? O di aver abbandonato quelle parole guerriere che erano nella genesi del Movimento, per adagiarsi su una rassicurante caccia ai moderati?
Per quanti alibi si cerchino, Di Maio ha fatto scelte ed evidentemente anche errori che però non hanno mai tradito lo spirito dei Cinque Stelle, puntando a realizzare un programma che è contenuto nel contratto con la Lega, e senza andare al Governo sarebbe solo un libro dei sogni, per non dire utopia. Dunque, sostituirlo con una figura più movimentista – sono molti i fan di Di Battista – servirebbe davvero a invertire il trend negativo iniziato dal momento in cui l’invenzione di Grillo e Casaleggio è diventata forza di governo?

La sensazione è che cambiare leader perché lo impone il “mercato” elettorale sia una pezza peggiore del buco. Ma di fronte a una tale domanda un errore più grande è quello di far finta di niente, e per non indebolire le nuove regole dell’organizzazione che saranno presentate a breve si finisca per lasciare la leadership in discussione. E questo sì che sarebbe un errore fatale, qualunque direzione vorrà prendere domani il Movimento.

 

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