Democrazia in deficit nelle banche

di Gaetano Pedullà

A sentire l’Abi, l’associazione delle banche di casa nostra, con l’avanzata del nazionalismo l’Italia può finire in bancarotta come l’Argentina. Certo, il mago Otelma sarebbe stato più capace di prevedere il crollo delle Popolari o del Monte dei Paschi, ma il campanello d’allarme suonato dai banchieri non va comunque sottovalutato, anche perché l’avvertimento segue a ruota quello del numero uno della Bce, Mario Draghi. Ora è chiaro a tutti che il Governo di Cinque Stelle e Lega non piace affatto a mercati e poteri forti. Ma l’intensificarsi di questo rumore di sottofondo, con richiami e scenari di sventure, è il segnale che la tregua accordata al nostro Paese potrebbe presto terminare. L’apertura di credito accordata subito dopo la nascita del Governo Conte, con lo spread ripiegato sotto i 250 punti (era intorno a 100 punti con Gentiloni) potrebbe andare a farsi benedire. E ripartendo lo spread (e di conseguenza il costo del nostro debito pubblico) Di Maio e Salvini non avrebbero più benzina per realizzare i loro progetti, a partire da Reddito di cittadinanza e Flat tax. Un evidente ricatto per il quale possiamo fare poco di fronte ai colossi internazionali che hanno in mano miliardi di euro in buoni del tesoro, ma vedere i banchieri di casa nostra accodarsi agli speculatori, senza un briciolo di rispetto per l’indicazione data fortissima dagli italiani alle ultime elezioni, lascia il sapore del tradimento. Il modo peggiore per chiudere una ferita che il mondo del credito ha lasciato profonda nel Paese.

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