Flop e sprechi madornali. Salvate la sanità dalle Regioni

di Gaetano Pedullà

Hanno accusato il Governo di incapacità e confusione, ma nell’efficiente Lombardia ad oggi gli amministrazione regionali hanno fatto ben di peggio. Tra gli episodi più discussi ci sono la delibera che autorizza ad inviare i contagianti di Covid-19 nelle residenze per anziani, facendo di queste strutture dei focolai, e – tutto da accertare – un presunto insabbiamento della grave situazione al Pio Albergo Trivulzio, di cui ieri davano notizia alcuni giornali. Non meno gravi, ma sintomatiche di come al di là della continua presenza in tv del presidente Attilio Fontana e del suo assessore Giulio Gallera (nella foto) ci siano problemi nella gestione della sanità lombarda, sono state la discutibile passerella per inaugurare il nuovo ospedale alla Fiera di Milano (diversi giorni prima di poter ricoverare qualcuno) e l’obbligo di circolazione con le mascherine, sulla base di una disponibilità che ieri i farmacisti hanno smentito.

Al netto di altri scivoloni, come gli appalti per procurare dispositivi medici affidati a società non qualificate, nella regione che ha il maggior numero di vittime è chiaro che non tutto ha funzionato. E qui un ruolo non secondario molto probabilmente andrà all’approvvigionamento delle mascherine. Problema non solo della Lombardia, in quanto un po’ dovunque stanno emergendo incredibili speculazioni. Il prezzo che gran parte degli operatori del settore considerano corretto sulle grandi forniture è di 0,1-0,2 euro per quelle chirurgiche e 1,5 euro per quelle fpp2 e fpp3.

Chi è riuscito ad acquistarle a Roma, a Milano e in altre città nei giorni scorsi le ha pagate anche 15 euro l’una, con un ricarico dunque indecente, di cui non sono necessariamente responsabili le farmacie, quanto i grandi fornitori. Un ricarico che moltiplicato per milioni di prodotti venduti si trasforma in milioni di euro finiti nelle tasche di chi ha approfittato della naturale preoccupazione generale. A questi guadagni stratosferici vanno aggiunti altri ricarichi ingiustificati, come nel caso dei test pungidito ancora neppure validati, che sarebbero stati opzionati a ospedali e strutture sanitarie pubbliche con prezzi che vanno dai 5 ai 35 euro, mentre il loro valore effettivo è di appena 2 euro. Con il Coraonavirus, insomma, c’è gente con pochi scrupoli che sta facendo un sacco di soldi, nel silenzio – per ora – di tutti, dalla politica preoccupata solo di trovare i dispositivi medici a qualunque condizione, alla magistratura, fino alle autorità di vigilanza sul mercato.

Una soluzione per uscire da questo Bengodi per i peggiori speculatori sarebbe quella del prezzo imposto, ma su questo si rischia di andare a sbattere con le normative sul libero mercato, anche se è evidente che un mercato regolato dalla paura e dall’emergenza non è di sicuro quello ideale per i consumatori, costretti a mettere le mani in tasca profondamente per avere in cambio mascherine in molti casi privi del marchio di qualità cee o altri similari. Se però i cittadini piangono, la pubblica amministrazione di sicuro non ride. Chi ha comprato enormi quantità di mascherine è stata la Protezione civile, che in deroga alle regole sempre per via dell’emergenza, si è trovata di fronte a una varietà di prezzi e di oggetti, spesso di dubbia efficacia, tanto che diversi governatori di Regione come De Luca in Campania e Musumeci in Sicilia hanno legittimamente polemizzato su questo, e rispedito al mittente mascherine che hanno definito buone neppure per spolverare casa. E dire che quei dispositivi non erano affatto un dono, ma oggetti ben pagati con soldi pubblici.

A parte le mascherine da buttare e il solito spreco di denaro che toccherà a noi tutti ripagare, tutta questa vicenda ci pone di fronte a varie questioni, di cui però ce n’è una che riassume tutto e che in seguito sarà un grave errore non affrontare. L’Italia – diciamolo con onestà – si è trovata impreparata di fronte a una pandemia che sembrava possibile giusto nel film e nei libri di fantascienza. Non siamo stati i soli, perché farmaci, ricerche, mascherine e quant’altro mancano persino agli Stati uniti e ai più ricchi Paesi europei. Ma una programmazione per il futuro sarà necessaria, e questa – così come un’equilibrata distribuzione delle strutture sanitarie – si può fare con successo solo a livello centralizzato, e cioè dello Stato, e non delle singole regioni. Per capirci meglio, se immaginiamo un’epidemia come una guerra, proprio come molti hanno definito l’aggressione del Covid-19, è impensabile che ogni regione respinga singolarmente l’attacco disponendo delle proprie truppe (gli ospedali che si hanno), con strategie militari diverse tra i territori e questi ultimi che litigano tra loro e poi con Roma.

Ci sono questioni, insomma, di fronte alle quali il regionalismo è una iattura, e il fatto che la sanità sia stata ceduta dalla riforma del Titolo V della Costituzione ai governatori (e alle loro logiche affaristiche e clientelari) non vuol dire che si sia fatto bene, ma che la salute è stata considerata marginale. Così marginale da poter chiudere gli ospedali e tagliare gli investimenti come solo oggi ci accorgiamo.

 

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