Il ministro Calenda si è già dimenticato del suo padrino Montezemolo. Ma si sa, la gratitudine è un lusso poco italiano

di Gaetano Pedullà

Se c’è uno sport nel quale a noi italiani non ci batte nessuno, questo è il salto sul carro del vincitore. La disciplina è antichissima e fa pendant con la fuga dalle navi che affondano. La gratitudine si sa che è il sentimento del giorno prima (dei naufragi). E nel grande gioco del potere la riconoscenza è per i più un lusso insostenibile. D’altra parte la storia è piena di figli che uccidono i padri per prenderne il posto, figuriamoci se la regola non vale per i figliocci con i padrini. Per questo non sorprende l’attacco del ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda all’ex presidente della Confindustria Luca di Montezemolo. Senza quest’ultimo, che di Calenda è stato sempre il grandissimo sponsor, l’attuale ministro oggi si sognerebbe la poltrona su cui siede. Eppure ieri Calenda ha sventrato la gestione dell’Alitalia (dove Montezemolo è presidente e garante dei soci arabi). Una scoperta dell’acqua calda, visto che la crisi della nostra ex compagnia di bandiera è storica e cronica. Anni di sprechi durante i quali Calenda era evidentemente troppo occupato a lodare il suo mentore (ora in difficoltà) per vedere il disastro di cui si è accorto solo ieri.

 

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