La casta si aggrappa pure al Coronavirus pur di rimandare il referendum del 29 marzo

di Gaetano Pedullà

Per non morire va bene anche il coronavirus. Non bastasse lo sciacallaggio di chi attacca il Governo un minuto prima per aver affrontato troppo duramente l’emergenza e un minuto dopo per non aver fatto abbastanza, adesso sono gli irriducibili della casta ad aggrapparsi all’epidemia. Terrorizzati dal referendum che il 29 marzo taglierà 345 poltrone di deputati e senatori, con relative prebende, i partiti e i pretendenti a questo ben di Dio a nostre spese chiedono di rinviare le urne.

Ora tutti sanno che questo voto nuoce gravemente alla salute dei miracolati del sistema politico più costoso e sprecone del mondo, ma chi può escludere che nei seggi non ci becchi la malattia arrivata dalla Cina? E pazienza se le possibilità sono meno di quelle che ci caschi addosso un fulmine: à la guerre comme à la guerre qui c’è da salvare la pagnotta. Perciò prima sommessamente e poi apertamente un manipolo di professionisti della politica – quasi tutti vecchi arnesi della Prima Repubblica – ha cominciato a chiedere di fermare tutto. Una tattica che in Italia funziona sempre.

C’è un problema? Invece di affannarsi a risolverlo meglio spostarlo alle calende greche. Così l’Italia è rimasta immobile e indietro su tutto, dalla macchina dello Stato all’economia, alla crescita sociale più in generale. Il non fare paga sempre più del fare, e se salva privilegi e rendite di posizione, c’è sempre chi saprà trarne beneficio. Un andazzo che ha fatto a questo Paese più danni di cento epidemie di peste bubbonica. Naturale che per certi infaticabili untori sia un’opportunità pure il coronavirus.

 

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