La politica che piace alle mafie. Il caso Siri è troppo per continuare a far finta di niente

di Gaetano Pedullà

Se non fossimo convinti che Matteo Salvini sia arcinemico dalla mafia non avremmo un attimo di indugio a chiederne con tutta la forza possibile l’uscita dal Governo, a costo di interrompere un’esperienza che in dieci mesi ha fatto più e meglio di intere legislature del passato. Ma con la mafia, cioè l’imposizione di un’anti-stato sullo Stato, non si fanno compromessi. Per quanto mi riguarda, questa è la promessa che feci a me stesso quando giovane cronista piansi sull’auto ancora fumante di Giovanni Falcone, sulla strada bombardata tra Palermo e Capaci. Salvini però è il leader di una forza politica che ha un sottosegretario indagato per aver preso dei soldi dal socio di un imprenditore, Vito Nicastri, in carcere con l’accusa di essere legato al capo di cosa nostra, Matteo Messina Denaro. Siamo garantisti e ci auguriamo che il sottosegretario Armando Siri esca a testa alta, ma sul piano politico il suo lavoro per far passare un emendamento utile a Nicastri è un dato di fatto, mentre sul piano giudiziario non possiamo che restare sbigottiti per la confusione generata da un giornale vicino alla Lega sulle intercettazioni in mano agli inquirenti. Questa storia, insomma, oltre che condizionare l’Esecutivo, sta avvelenando anche il lavoro dei magistrati. Troppo per far finta di niente. Se poi scopriamo che a Latina il clan mafioso dei Di Silvio ha fatto campagna elettorale per Salvini, ci chiediamo perché il vicepremier continui a non prendere le distanze, mentre sta diventando – che si renda conto o no – una speranza per quei criminali che da ministro dell’Intero deve combattere.

 

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