Riecco il partito della spreco. Cosa c’è dopo i cantieri inutili? Gli onorevoli stipendi

di Gaetano Pedullà

Mentre i Cinque Stelle puntano al salario minimo per i cittadini, nel Pd lavorano al salario massimo per i parlamentari. Cose da matti, ma dopo aver visto Zingaretti e i suoi festeggiare l’otto e cocci per cento racimolato in Basilicata non possiamo più stupirci di nulla. E d’altra parte, una volta perso il contatto col pianeta terra, come attenderci che il partito più rappresentativo della Sinistra si ricordi cosa sia la Sinistra medesima. Le avvisaglie di tale sbarellamento le avevamo registrate sgomenti già nella scorsa legislatura, quando di fronte a un’impennata senza precedenti di nuovi poveri i dem tirarono fuori la pistola ad acqua del Rei, il Reddito d’inclusione sul quale misero appena un miliardo e mezzo.

Spicci che ancora adesso usano come alibi per giustificare la loro pretestuosa opposizione al Reddito di cittadinanza, cioè la più grande manovra mai fatta nel nostro Paese contro la povertà e per l’inclusione di chi è rimasto ai margini del mondo del lavoro. Arriviamo all’attuale legislatura e l’autorevole senatore Luigi Zanda presenta una proposta di legge per ripristinare il finanziamento pubblico ai partiti, tolto dall’allora premier Enrico Letta sull’onda della crescente protesta contro la Casta e i costi della politica. Si fa il congresso, vince il nuovo che avanza, e Zingaretti cosa fa? Promuove Zanda tesoriere del Pd. Come dire: bene, bravo, bis! Ma in certi partiti più la si fa grossa e più si fa carriera, un po’ come quando si ricevono avvisi di garanzia e magari anche le manette.
Tanto a nessuno viene in mente di espellere chi si macchia di quisquiglie tipo intascare mazzette e pilotare gli appalti, sprecando il denaro pubblico.

Così non è raro trovare nelle liste elettorali personaggi in attesa di giudizio, come abbiamo visto abbondantemente anche nelle ultime regionali lucane, giusto per restare alle cronache di questi giorni. Un’abitudine per partiti che ancora adesso si stracciano le vesti per protesta contro i 5S, dove dopo sei anni dall’ingresso in Parlamento si è scoperto a Roma un unico caso di presunta corruzione, e l’interessato – il presidente del Consiglio comunale Marcello De Vito – è stato espulso dal Movimento in quattro e quattr’otto. Troppo poco se si guarda in casa dei Cinque Stelle (ovviamente dimenticando di guardare in casa propria) perché nel sistema di tangenti elargite dal palazzinaro Parnasi per costruire lo stadio della Roma c’era finito anche l’ex vicesindaco Daniele Frongia.

Purtroppo per i sostenitori della traballante teoria che vuole i grillini corruttibili alla pari degli altri partiti, su Frongia ieri è arrivata la richiesta di archiviazione avanzata direttamente dalla Procura che indaga. Le forze politiche dunque non sono tutte uguali, e per evitare fraintendimenti sempre l’ineffabile Zanda ne ha fatta un’altra delle sue, proponendo di aumentare il frugale emolumento di deputati e senatori, equiparandolo a quello dei parlamentari europei, notoriamente meglio pagati. A questo punto a chi sta leggendo potrebbe essere salito il sangue agli occhi, ma questa vicenda più che rabbia dovrebbe aiutarci a riflettere.

Se il Pd – e non da solo – è arrivato a sostenere un colossale abuso di denaro pubblico come il Tav, riscuotendo l’adesione di madamin e altri generosi spendaccioni (quando si tratta di denaro dello Stato), è perché il tema dell’impiego efficiente delle risorse della collettività è sparito dai radar, seppellito dalla retorica dei cantieri da aprire indipendentemente da cosa si costruisce e quanto servano. Concetti che nei talk show televisivi non si possono sfiorare, se non a costo di passare per nemici del progresso. A forza di cullare un certo pensiero mainstram contro i 5 Stelle si fa però la fine di Zanda, prendendo a schiaffi gli italiani.

Se l’aumento degli stipendi dei parlamentari è improbabile che faccia salire i consensi del Pd, la Repubblica che titola in prima pagina “bollette elettorali” per accusare il Governo di aver abbassato il costo di luce e gas in vista delle elezioni in realtà fa un regalo a Di Maio, certificando che urne o no qualcuno quei costi li abbassa. E al Paese è questo che serve, non chi tifa per lasciare la bolletta com’era.

 

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