Sedotti e scaricati all’Ama. Accusare la Raggi di inerzia è un alibi che non regge

di Gaetano Pedullà

Quando finisce un matrimonio è la regola che ciascun coniuge accusi l’altro, anche se in genere un po’ di colpa ce l’hanno entrambi. Ci sono divorzi, però, dove chi fugge non ha scuse, e dunque deve inventarsi qualunque cosa, anche a sprezzo del ridicolo. Facciamo il caso dei vertici dell’Ama – la municipalizzata dei rifiuti di Roma – che ieri hanno mollato la sindaca Raggi, raccontando di essere stati sedotti e abbandonati. Dopo aver accettato appena quattro mesi fa l’incarico (che beninteso non è a titolo gratuito), presidente, amministratore delegato e il terzo componente del Cda hanno detto proprio così: sono stati abbandonati da Virginia.

La versione non sarebbe affatto strana se ci trovassimo, chessò, a Mantova o Belluno, città tra le più pulite del Paese, ma a Roma sono anni che si parla di rifiuti, e solo dall’insediamento dei vertici di Ama appena usciti la Raggi ha fatto decine di interventi pubblici, tenendo più alta che poteva l’attenzione, anche di fronte alle responsabilità della Regione e dei privati che dispongono degli impianti di smaltimento.

Di questi interventi c’è ampia documentazione sui giornali e sul web, e pertanto le giustificazioni degli ex responsabili dell’Ama sanno di mossa disperata, a fronte dell’incapacità di gestire una situazione incancrenita da decenni di inerzia della politica locale, che ha messo in carico al servizio pubblico la costosa raccolta dei rifiuti e nelle tasche di un privato i ricchi ricavi dello stoccaggio. Per questo proprio ora che c’è un sindaco che cambia rotta, accusarlo di inerzia è un alibi che non regge.

 

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