Stipendi ko. Il migliore show della Rai

di Gaetano Pedullà

La Rai si suicida. O forse no e quello che adesso sembra un cappio può diventare la fortuna della tv pubblica. La decisione del Consiglio di amministrazione di fissare un tetto di 240mila euro anche per gli artisti libererà il recinto dove oggi ingrassano presentatori, starlettine e personaggi strapagati con il nostro canone. Chi è talmente amato dal pubblico da trovare posto a suon di bigliettoni nella tv commerciale e sul satellite toglierà il disturbo. Gli altri abbasseranno le penne o spariranno dal video. Così alle reti pubbliche non resterà che cercare nuovi talenti, facendo un po’ di pulizia di troppi personaggi ormai incrostati allo schermo, dei loro agenti sanguisuga e soprattutto dei format che si portano appresso. Una tv vecchia rivolta ormai prevalentemente a un pubblico vecchio, o di telemorenti, come li chiama Dagospia. Ma chi è morto davvero è la sperimentazione, la ricerca di facce che raccontino storie nuove e che interpretino la tv di Stato in modo diverso da quella commerciale. Un’omologazione che ha appiattito l’offerta televisiva, rinunciando a trattenere i giovani in fuga verso la rete. E facendo di questa tv la brutta (e costosa) copia di Mediaset e Sky.

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