Un voto determinante per consentire al Governo di far ripartire il Paese

di Gaetano Pedullà

Quello del silenzio elettorale è il giorno in cui pensare che Paese siamo e dove vogliamo andare. Al di là degli aspetti locali e delle rassicurazioni che arrivano da Palazzo Chigi e dintorni, il voto in Emilia Romagna e Calabria avrà ripercussioni sull’Esecutivo e potenzialmente sulla fine della legislatura e sul ritorno al Governo del Centrodestra, questa volta però a trazione leghista. Il Paese che siamo è diviso, economicamente debole, socialmente prostrato e incapace di portare il disagio in piazza. Noi queste abitudini le lasciamo ai francesi o al massimo alle sardine.

La maggioranza giallorossa si barcamena come può, tra tentativi di scardinare privilegi e vecchi poteri (vedi il taglio dei parlamentari, lo stop ai vitalizi, la revoca delle concessioni autostradali date a due soldi, ma l’elenco è lungo) e le resistenze di chi gode di quelle rendite di posizione, i Cinque Stelle che spingono sui loro temi identitari (stop alla prescrizione, Reddito di cittadinanza, lotta agli sprechi) e parte del Pd e Italia Viva che invece frenano con gli alibi a scelta del garantismo e della povertà da combattere aiutando le imprese (mica i poveri). Nel frattempo le opposizioni fingono di procedere unite, mandando avanti un campione mondiale nello strumentalizzare ogni cosa, Matteo Salvini, sorretto dalle televisioni a reti unificate e da una suggestione che agli italiani è sempre piaciuta: l’uomo forte al comando.

Chi ci ragiona su capisce bene che il Capitano, come ama farsi chiamare, promette ricette farlocche, non solo irrealizzabili ma anche pericolose. Per capirci: dove prende i soldi per la Flat tax? Chi paga i benefici che promette a destra e manca? Come ferma l’immigrazione se rompe con l’Europa e così blocca la redistribuzione degli sbarchi? Chi ci difenderà dai mercati quando non rispetteremo i vincoli sul deficit e magari ci troveremo per ministri dei signori che ancora oggi parlano apertamente di uscire dall’Euro? Tutto questo sembra avere poco a che fare con delle elezioni amministrative, ma in caso di caduta della roccaforte della sinistra in Emilia tutto questo diventerà più vicino. Se infatti un successo del Centrodestra offre un motivo di più per difendere il premier Giuseppe Conte e tenersi stretto l’ultimo argine contro i sovranisti, è anche vero che alle pressioni esterne sul Palazzo non si può resistere per sempre.

Parallelamente quella che oggi è la maggiore forza parlamentare dovrà darsi una direzione. Restare un soggetto post ideologico, né di Destra né di Sinistra, prendendo a ogni elezione schiaffi tra i due poli, oppure entrare in un nuovo campo progressista insieme al Pd e ai cespugli di Sinistra, ai movimenti civici e ambientalisti. Una decisione non facile, che potrebbe vedere nel primo caso un ritorno lampo di Luigi Di Maio alla testa del Movimento, mentre nella seconda ipotesi si andrebbe più facilmente verso una gestione collegiale. Da queste scelte dipende la prosecuzione della legislatura, a meno di credere che nel caso di una sfiducia a Conte il presidente Sergio Mattarella avalli qualche strana alchimia parlamentare o dal profilo tecnico. Proprio quest’ultimo potrebbe essere il gioco di Renzi, pronto a fare carte false pur di sostituire Conte con chiunque altro, compreso Dario Franceschini, e in questo modo poter dispiegare le pedine che gli servono nelle prossime nomine pubbliche.

Fare i conti senza l’oste del popolo che paga però non sempre riesce. Quindi la cosa più saggia per dare stabilità al Paese e la possibilità di dispiegare per i prossimi tre anni l’azione di Governo sarebbe una vittoria di Stefano Bonaccini, alla quale sono chiamati a contribuire gli elettori grillini con lo strumento del voto disgiunto. Un sacrificio politico enorme, ma finalizzato a non subire un male maggiore, in una sorta di riedizione di quel rapporto tra costi e benefici che non avrà dato sempre i risultati sperati ma in fin dei conti ha fatto sopportare alla collettività gli oneri minori. Cosa vorranno fare gli elettori M5S potrebbe in ogni caso non bastare, perché il vento della Destra soffia forte nel Paese e in questa prospettiva a Salvini si perdona tutto: dai 49 milioni fatti sparire dalla Lega ai traffici in Russia del suo consulente Gianluca Savoini fino alle citofonate in casa degli spacciatori di droga condannati sommariamente sulla base di dicerie dei vicini. Per il Centrodestra di una volta, garantista e liberale, questa sarebbe stata una barbarie, ma da quando ci si è ridotti a fare i camerieri della Lega tutto va bene. Ancora una volta, come ai tempi di Salò, una parte dei destini del Paese è nelle mani degli emiliano-romagnoli.

 

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