Uno Stato più forte dell’acciaio. L’Ilva e la minaccia di ArcelorMittal

di Gaetano Pedullà

La legge è uguale per tutti ma se hai l’immunità della legge te ne freghi. Neanche fossimo nel Medioevo, quando gli imperatori la concedevano ai vescovi per tenersi buono il Papa, nel 2015 il Governo Renzi regalò lo stesso privilegio alla multinazionale ArcelorMittal, come benefit per l’acquisto degli ultimi scampoli della fallimentare industria italiana dell’acciaio. Il decreto salva-Ilva permetteva al colosso indiano di realizzare il piano di risanamento ambientale di Taranto senza curarsi delle norme dello Stato, come se quell’area avesse diritto a un premio per aver pagato un prezzo altissimo all’inquinamento. Arrivati alla guida del Paese, i 5 Stelle hanno confermato questo obbrobrio giusto il tempo di poterlo cancellare in modo inattaccabile con una legge, e il 6 settembre l’acciaieria pugliese finirà di essere territorio extranazionale, costringendo chi ne ha la responsabilità a fare presto e bene le opere necessarie per ridurre quasi a zero la fuoriuscita di polveri letali. Solo per la copertura in costruzione si sta spendendo più di un miliardo, e buona parte di questi soldi sono pubblici. ArcelorMittal però senza l’immunità minaccia di chiudere baracca, e per rafforzare il concetto lunedì prossimo metterà 1.400 dipendenti in cassa integrazione. In una città costretta a scegliere se morire di cancro o di fame questa mossa assomiglia tanto a un ricatto. Un modello che non sappiamo quanto funzioni in India, ma che in Italia è inaccettabile. E di fronte al quale la tentazione di salutare questi signori e chiudere tutto può diventare dello Stato.

 

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