Fango senza prove su Letta

di Gaetano Pedullà
Cronaca Politica

di Gaetano Pedullà

Prima qualche articolo che dice e non dice, poi mezze affermazioni tirate fuori dagli interrogatori (teoricamente secretati) a qualche arrestato nello scandalo di giornata. Nell’Italia che vent’anni dopo Tangentopoli torna a fare i conti con la corruzione e gli impulsi manettari, il sensazionalismo è una donna troppo seducente per qualche Procura. Figuriamoci per i tanti giornalisti d’inchiesta dell’ultima ora, velocissimi a gettarsi sull’osso dei tribunali per raccontarne le gesta, quanto pigri e con la testa girata dall’altra parte quando c’è da scavare per denunciare il benché minimo malaffare. In un giornale come La Notizia – che ha fatto delle inchieste, anche le più scomode, il suo asse portante – sappiamo bene che fare buon giornalismo, e in particolare giornalismo d’inchiesta, è tutt’altra cosa che cedere alle congetture. O peggio utilizzare i polveroni per battaglie politiche. Così come cerchiamo ogni giorno – e i nostri lettori sanno bene con quanta ostinazione – i grandi e piccoli scandali che questo Paese vive impunemente persino sotto gli occhi di tutti, allo stesso modo non possiamo non denunciare quella imperdonabile anomalia italiana per cui un uomo politico non indagato è trascinato nel fango senza lo straccio di una prova. È il caso di Gianni Letta, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che ieri ha dovuto dare mandato ai suoi legali per difendere la sua onorabilità. Sbattuto sui giornali dalle dichiarazioni di persone arrestate e con molta probabilità disposte a raccontare di tutto e di più…

Sì, disposte a raccontare di tutto e di più per tirarsi fuori dalle loro responsabilità. Letta è diventato l’obiettivo grosso di un’inchiesta che suda vergogna da tutti i lati – quella sul Mose di Venezia – per come e quanto hanno rubato gli amministratori del progetto e le imprese a loro collegate. “Letta è l’assicurazione sulla vita!”, avrebbe detto ai giudici l’ex amministratore della Mantovani, Piergiorgio Baita, come ci hanno riferito Il Corriere della Sera e Repubblica, ormai in corsa con Il Fatto Quotidiano a chi azzanna per primo il cinghialone. Ovviamente però nessuna prova, neppure indizi nei lunghi articoli pieni invece di congetture. Un appalto come il Mose poteva andare avanti senza santi in Paradiso? Senza la complicità del Governo? Se si considera un assioma che un Governo rubi, la tesi certamente regge. E non c’è dubbio che se mai salterà fuori un conto corrente, una testimonianza diretta, uno straccio di prova, Letta come chiunque altro dovrà pesantemente risponderne. Ma qui non ci sono princìpi che si possano assumere a prescindere come veri.

Giornali forcaioli
Un Paese civile condanna una persona – in tribunale come sui giornali – solo se si hanno le prove che ha commesso un crimine. Diversamente si commette un abominio tanto grave quanto quello commesso dai corrotti e dai corruttori. È il nostro sistema di Giustizia e dell’informazione in grado di scindere il grano dalla gramigna? La storia recente ci dice di no, ma nel caso in questione quello che sta accadendo è paradossale. Autorevolissimi giornali, spaventati dal non prendere un buco giornalistico l’uno con l’altro, hanno già condannato un signore perché nella loro convinzione “non poteva non sapere”. Una formula che fa a pugni con le leggi di base del diritto penale, dove conta solo l’accertamento della responsabilità personale, ma che in realtà ormai vediamo usare largamente nei processi. Così le tesi di Baita diventano verità, rafforzate dal fatto che il deus ex machina dell’intero progetto, Giovanni Mazzacurati, incontrava periodicamente lo stesso Letta a Palazzo Chigi. E dove dovevano incontrarsi il presidente del Consorzio Venezia Nuova, che stava realizzando la più grande infrastruttura del Paese e il sottosegretario che per dovere d’ufficio doveva ascoltare, raccogliere e se possibile risolvere i problemi di una operazione osservata in tutto il mondo, oltre che estremanete costosa per le tasche di tutti gli italiani e fondamentale per la conservazione e la sopravvivenza di Venezia? Così gli incontri diventano un’indizio, i consigli richiesti sulle imprese con i mezzi per affrontare una scommessa ingegneristica con il maggior margine di successo possibile diventano la prova dell’interesse privato. E l’assenza di qualunque traccia di denaro, diventa un fatto secondario.

Vietato dubitare
Così come è secondario provare solo a ragionare sulla attendibilità delle dichiarazioni di un altro arrestato, la segretaria dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, secondo cui centinaia di migliaia di euro passavano di mani in mani dentro scatole di scarpe. In tempi in cui il denaro passa da una parte del mondo con mille accorgimenti finanziari, possibile che a nessun giornalista sia venuto il dubbio che gli ipotetici soldi diretti attraverso Marco Milanese (allora braccio destro di Giulio Tremonti) proprio al ministro siano inverosimili? Tremonti, può piacere o no, ma di sistemi con cui spostare grosse somme di denaro ne conoscerà a decine. Dunque perchè assumersi quel rischio?
Letta, che Baita ha definito “Il direttore del traffico”, perchè sicuramente spingeva per far completare l’opera, nell’interpretazione dei giornali diventa il direttore dei traffici illeciti. Il triste destino di chi fa in un Paese dove tanti non fanno nulla, nemmeno quello che devono per dovere d’ufficio. Con il risultato che l’Italia affonda. Come Venezia, d’altronde.

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