Fondi esteri all’assalto sulle nomine di Stato

di Stefano Sansonetti
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di Stefano Sansonetti

Il pressing è iniziato da giorni. Del resto la partita delle nomine di Stato sta entrando nel vivo e tutti i protagonisti in campo vogliono far sentire la loro voce. Particolarmente attivo, ai limiti del nervosismo, è in queste ore il gruppone degli investitori esteri, ovvero l’autentica mole di società di gestione del risparmio e di intermediari vari che vantano partecipazioni a non finire nelle società del Belpaese. Grosso modo sono tutti rappresentati in Italia da Assogestioni, che in queste ore (e nemmeno sotto traccia) sta svolgendo una vera attività di lobbying nei confronti della presidenza del consiglio e del ministero dell’economia, dove si sono da poco insediati Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Tanto per dire, ad Assogestioni aderiscono intermediari esteri come Allianz, Axa, BlackRock, Bnp Paribas, Credit Suisse, Deutsche Bank, Dexia, Franklin Templeton, Groupama, Ing, Invesco, Jp Morgan, Pimco, Societe Generale, State Street e Ubs. Insomma, veicoli finanziari di mezzo mondo. Cosa vogliono? Semplice, che l’imminente tornata di nomine vada a premiare manager in grado di dare garanzie ai loro investimenti miliardari.

Potenza di fuoco
Del resto basta guardare la composizione azionaria dei principali gruppi italiani quotati, i cui organi sono in scadenza, per rendrsi conto delle dimensioni del fenomeno. Si pensi all’Eni, il colosso petrolifero al momento guidato dall’a.d. Paolo Scaroni. Ebbene, dopo il 25,7% in mano alla Cassa Depositi e Prestiti, e il 4,34% detenuto dal Tesoro, una fetta del 60% del suo capitale fa direttamente capo agli investitori istituzionali (tra cui anche i fondi pensione). Al loro interno ci sono “orme” sin troppo nette. Il 12,25% del Cane a sei zampe è custodito nella pancia di 1.349 investitori che vengono da Usa e Canada. Mentre l’11,35% fa capo a 794 investitori che vengono dal Regno Unito e dell’Irlanda. All’Enel, per ora guidata dall’a.d. Fulvio Conti (ricevuto due giorni fa al Quirinale da Giorgio Napolitano), dopo il 31,2% in mano al Tesoro c’è un 41,9% riconducibile agli investitori istituzionali. Anche qui la scomposizione geografica restituisce un quadro piuttosto netto. Si dà infatti il caso che il 33,8% degli stessi investitori istituzionali venga da Nord-America, il 10% dal regno Unito, il 5,3% dalla Francia e il 5,8% dalla Germania. E che dire di Terna, guidata dall’uscente (secondo i rumors prevalenti) Flavio Cattaneo? Qui, dopo il 29,85% controllato dalla cassa Depositi e Prestiti, il 48% rappresenta la quota detenuta dagli investitori istituzionali. Al loro interno spicca un 8,8% di intermediari provenienti da Usa e Canada e un 7,2% di investitori inglesi.

Padroni del debito
Che questi fondi esteri avranno una gran voce in capitolo, tra l’altro, è confermato anche dal fatto che una cospicua parte di essi è controllata da banche inserite nella lista dei nostri “specialisti in titoli di Stato”. Si tratta, in pratica, di quelle banche e istituzioni finanziarie che, coinvolte dallo Stato italiano, hanno il compito di aiutare il Tesoro a collocare sul mercato i titoli del debito pubblico (Btp, Bot) e di garantirne anche determinate soglie di acquisto. In base a una lista stilata da via XX Settembre, risalente all’aprile del 2013, attualmente ci sono 20 banche che lavorano in questi termini al debito pubblico italiano. E che, in un certo senso, possono esserne considerate le padrone. Tra queste, tanto per fare degli esempi, figurano Bnp Paribas, Credit Suisse, Ing, Jp Morgan, Societe Generale e Ubs, esattamente le stesse banche che aderiscono ad Assogestioni. Per questo nessuno si nasconde il potere di interdizione che tutto questo movimento può esercitare nei confronti delle prossime operazioni di nomina. E ci sarebbero anche questi fondi esteri, a quanto filtra, dietro la sponsorizzazione di alcuni nomi circolati nei giorni scorsi. Per esempio quello di Andrea Guerra, a.d. di Luxottica, stimato da Renzi, che in molti vedono proiettato al vertice dell’Eni, magari in ticket con uno Scaroni nel ruolo di presidente operativo. Ma si parla da settimane anche di Vittorio Colao, capo mondiale di Vodafone. Di sicuro i fondi internazionali stanno affilando le loro armi.

Twitter: @SSansonetti