In Germania i Verdi fanno il botto. Mentre il Pd è al verde di elettori. Parla Realacci: tutta colpa di Renzi, ha perso il voto dei giovani. L’unico che continua a parlare di ambiente è Zingaretti

di Carmine Gazzanni
Politica

“Guardi, onestamente sul Pd non ho molta voglia di parlare”. Un inicipit curioso quello di Ermete Realacci, ex presidente di Legambiente ed ex parlamentare proprio del Pd fino alla scorsa legislatura. Proprio nel day after al boom dei Verdi in Baviera, l’anima ambientalista dei Democratici preferisce non sbilanciarsi. “Aspetto di capire quali sono le proposte in campo”, dice.
Qualcuno l’avrà convinta più degli altri però, no?
L’unico che continua a parlare di ambiente con continuità, sia per storia sia per convinzione, è Nicola Zingaretti. Ha chiuso pure il suo intervento a Piazza Grande parlando della partita dei cambiamenti climatici come una questione chiave.
E tutti gli altri?
Per ora nulla. D’altronde anche la mia rottura con Renzi c’è stata tempo fa, quando non sono stato candidato.
Quella è stata la causa scatenante?
Ma anche prima, quando dissi chiaramente che uno dei motivi dell’invecchiamento della proposta del Pd era legato al non aver recepito la questione ambientale.
E intanto i Verdi in Germania crescono…
C’è una grossa differenza tra Italia e Germania. Lì i Verdi esistono da anni e anni, è un partito storico. Poi ogni Paese ha la sua storia e sicuramente in Germania la Csu ha pagato la Grosse Koalition che evidentemente non è piaciuta all’elettorato.
Questo ha contribuito all’exploit?
Senza dubbbio. Fondamentale è stata anche la scelta della leader, una riformista e che ha idee molto chiare. È molto netta nel difendere l’Europa e i diritti degli immigrati, però è molto attenta anche ai temi della sicurezza.
È curioso che, di contro, in Italia i Verdi non hanno mai inciso nella vita politica. Come se lo spiega?
È difficile dare una risposta esaustiva. Sicuramente non hanno mai avuto quella vastità di radicamento. Sono sempre stati una forza piccola e tendente anche a chiudersi, ad amministrare un piccolo patrimonio. Per usare una metafora calcistica, non hanno mai giocato all’olandese.
L’eredità ambientale, a quel punto, è finita al Pd. Che non ne ha fatto grande tesoro.
Guardi, è anche peggio. Nella passata legislatura sono state approvate diverse leggi importanti, a cominciare dalla riforma dei reati ambientali. Il problema è che il racconto del Pd è stato orientato da un’altra parte.
Dove?
Il referendum delle trivelle, per dire, era assolutamente inutile. Si è fatto solo per dimostrare che si era forti. È stato devastante col rapporto giovanile del partito.
Di chi la colpa?
Renzi. Ha una responsabilità grande.
Intanto lei ha deciso di partecipare a un convegno di CasaPound (“Ambiente e lavoro: dall’Ilva alla green economy”, il 17 ottobre a Roma).
Guardi, io da decenni non rifiuto mai un confronto, neanche nelle sedi più ostiche e dure.
Ha fatto tanto discutere, però.
È chiaro che il mio rapporto con CasaPound è l’insieme vuoto. Ma penso che ogni tanto bisogna dirsi le cose in faccia. È in continuità col mio modo di essere ambientalista, nulla di più.
Non crede sia un po’ fuori luogo visto il periodo “rifondativo” del Pd?
La scelta non riguarda né il Pd, né Legambiente né nessun’altro. Riguarda me e basta.
Quindi tutto normale?
Io sono decenni che lo faccio, pur essendo io distantissimo dalle posizioni di CasaPound. Mia nonna è figlia di migranti poveri in Brasile all’inizio del secolo scorso. Pensi un po’ quanto possa essere sensibile ad alcuni toni.