Gli anni di piombo non finiscono mai. La sorella di Pecorelli chiede di riaprire l’inchiesta. Quarant’anni dopo l’omicidio del giornalista emersi nuovi elementi

dalla Redazione
Cronaca

Gli anni di piombo non finiscono mai. L’identità di chi, 40 anni fa, uccise il giornalista Carmine Pecorelli, potrebbe essere rivelata in una nuova inchiesta. L’omicidio del direttore di Op è uno dei casi irrisolti più controversi della storia Repubblicana. La sorella di Pecorelli, Rosita, ha chiesto, infatti, di riaprire le indagini sull’omicidio del fratello tramite il suo legale, l’avvocato Valter Biscotti, che depositerà domani un’istanza alla Procura di Roma.

Nella richiesta si sollecitano i magistrati a riaprire le indagini sulla base di una vecchia dichiarazione di Vincenzo Vinciguerra (ex estremista di estrema destra), raccolta dal giudice Guido Salvini nel 1992, e individuata dalla giornalista Raffaella Fanelli che lo ha intervistato su Estreme Conseguenze. Nella dichiarazione Vinciguerra sostiene di sapere chi avrebbe avuto in custodia la pistola usata per uccidere Mino Pecorelli. Gli accertamenti al tempo non portarono a sviluppi investigativi.

L’avvocato Biscotti ritiene ora di avere acquisito nuovi elementi legati proprio alla deposizione di Vinciguerra che porterebbero a individuare la possibile arma del delitto. “Cerco la verità e non mi arrenderò finché non l’avrò scoperta”, ha detto Rosita Pecorelli. “A mio giudizio – spiega l’avvocato Biscotti – ci sono elementi tali da consentire ulteriori accertamenti. E’ un atto dovuto a Pecorelli, per continuare a cercare la verità”.

Il giornalista fu ucciso il 20 marzo 1979, a Roma, con quattro colpi sparati alla schiena e in bocca da una pistola con silenziatore, dopo essere salito sulla sua auto parcheggiata in via Orazio, nel quartiere Prati. L’inchiesta sul suo omicidio venne archiviata una prima volta a Roma nel 1991 e poi riaperta nel 1993 a Perugia. Il processo si è concluso con l’assoluzione piena di tutti gli imputati (Claudio Vitalone, Giulio Andreotti, Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, Michelangelo La Barbera e Massimo Carminati).

Una pista diversa, da quelle finora battute fuori e dentro i processi sull’omicidio del giornalista, che rivelava in anticipo i retroscena delle trame oscure del tempo, è stata indicata anche nel libro della giornalista Simona Zecchi La Criminalità servente nel Caso Moro che dedica un intero capitolo al ruolo della ‘ndrangheta anche nel caso Pecorelli.