Governo, si scalda il forno M5s-Pd ma Martina chiarisce: “Proposte per gli italiani, non per i partiti”

di Giorgio Velardi
Politica

Tempo scaduto. Non essendoci stato alcun passo avanti dopo il secondo giro di consultazioni della settimana scorsa, così come preannunciato Sergio Mattarella deciderà tra domani e giovedì che fare per cercare di uscire dallo stallo. L’orizzonte – pre-incarico o mandato esplorativo – non è cambiato, tutto dipenderà da che tipo di accelerazione il capo dello Stato intenderà imprimere. I nomi sul tavolo restano i ‘soliti’ 4: i presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico (M5s) e Maria Elisabetta Alberti Casellati (Forza Italia) e i leader di Cinque Stelle e Lega, Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Col vice segretario del Carroccio, Giancarlo Giorgetti, sullo sfondo. Stando ai rumors di Palazzo, il presidente della Repubblica partirà dal Centrodestra, che come coalizione ha preso più voti di tutti (37%).

Sul carro di Elisabetta – Sulla Casellati l’apprezzamento dei tre partiti, FI, Lega e FdI è pressoché unanime, a cominciare ovviamente da Silvio Berlusconi. Anche Salvini ha detto che l’ex membro laico del Csm “può fare un buon lavoro”. Ma in mattinata, dal Molise, dopo aver ironizzato sulla chiusura di uno dei due forni annunciata dal capo politico del M5s (al quale ha rivolto un nuovo invito al dialogo), ‘Matteo’ aveva aperto all’ipotesi di un incarico a una figura terza. “Se il presidente della Repubblica conferisce l’incarico a qualcuno in gamba con un programma che condivido, perché no? Speriamo che serva – ha spiegato –. Io giudico positivamente ogni passo in avanti verso la fine delle polemiche e l’inizio del lavoro vero. Governo vuol dire avere ministri che si occupino di sanità, di scuola, di giustizia, di agricoltura e di disabili e un Parlamento pienamente operativo. Quindi, confido nel capo dello Stato”. Poi in serata, a Otto e mezzo, il leader leghista ha addirittura dato l’ok a un Governo di tutti per rifare la legge elettorale e tornare al voto. Vedremo.

Nell’ottica dei due forni di andreottiana memoria, però, è tornato a ‘scaldarsi’ – almeno per qualche ora – quello di M5s e Pd. In mattinata Maurizio Martina ha rilanciato su povertà, famiglia e lavoro. Tra le proposte, quella di allargare il reddito di inclusione “per azzerare la povertà assoluta in tre anni e potenziare le azioni contro la povertà educativa”, introdurre il salario minimo legale e combattere il dumping salariale dei contratti pirata anche valorizzando il Patto per la fabbrica promosso dalle parti sociali. Il tutto con l’aggiunta di un ulteriore taglio del carico fiscale sul costo del lavoro a tempo indeterminato per favorire assunzioni stabili (con priorità a donne e giovani).

Avanti e indietro – “Un’iniziativa utile ai fini del lavoro che sta svolgendo il comitato scientifico per l’analisi dei programmi presieduto dal Prof. Giacinto Della Cananea”, la replica dei capigruppo del M5s, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. Ma a raffreddare il forno c’ha pensato sempre il segretario reggente dem. “Le prime tre proposte Pd presentate oggi sono per gli italiani, non per questo o quel partito – ha chiarito di pomeriggio Martina a espressa domanda –. Noi andiamo oltre i tatticismi degli altri”.

“Il forno del Pd non esiste: il Pd può discutere con l’incaricato dal capo dello Stato, nel momento in cui l’incaricato chiarisce cosa vuole fare”, gli ha fatto eco Andrea Orlando. Fino all’affondo di Democratica, l’house organ dem: “Di Maio è ormai l’unico a fingere di non sapere che non sarà lui il prossimo Presidente del Consiglio”. Domani è un altro giorno.

Twitter: @GiorgioVelardi

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