I timori dei partner Ue. Ecco chi ci rimette con l’accordo Italia-Cina. Spiazzate Germania, Francia e Olanda. Rischiano una montagna di denaro

di Caris Vanghetti
Politica
Xi Jinping

Chi teme di più l’accordo tra l’Italia e la Cina sulla via della Seta? In Europa i maggiori partner commerciali della Repubblica Popolare Cinese sono 3, il Regno Unito, la Germania e la Francia. Infatti nel 2018 questi paesi hanno ricevuto investimenti diretti nelle loro economie, rispettivamente per circa 4,2 miliardi di euro, 2,1 miliardi di euro e 1,6 miliardi di euro.

Sul fronte delle importazioni dalla Repubblica Popolare Cinese, il primo paese europeo per valore di merci acquistate è di gran lunga l’Olanda con 84,7 miliardi di euro (ma qui c’è il porto di Rotterdam che è la principale via d’accesso per le merci cinesi nel vecchio continente), al secondo posto tra i maggiori acquirenti di beni cinesi c’è la Germania con 75,4 miliardi di euro, poi tocca al Regno Unito con 53,3 miliardi di euro, e al quarto posto troviamo l’Italia con 30,7 miliardi di euro. In quinta posizione con un import pari a 29,3 miliardi di euro nel 2018 c’è la Francia.

Mentre per quanto riguarda le esportazioni verso la Cina, nel 2018, al primo posto in Europa si è piazzata la Germania con un valore di 93,7 miliardi di euro, seguita dal Regno Unito con 23,3 miliardi euro e dalla Francia con 20,8 miliardi di euro. Al quarto posto per valore di beni venduti in Cina, c’è l’Italia con 13,1 miliardi di euro. Per capire meglio il valore di questi numeri bisogna inquadrarli all’interno della classifica mondiale dei principali paesi esportatori verso la Repubblica Popolare Cinese, gli ultimi dati della Banca Mondiale (relativi al 2017) rivelano come la Germania fosse al sesto posto, seguita dall’Olanda all’ottavo e dal Regno Unito al nono.

Mentre l’Italia figurava solo al ventesimo posto nella graduatori globale dei maggiori paesi esportatori verso la Cina. L’accordo portato avanti dal Governo Conte con il presidente Xi Jinping sarebbe potenzialmente in grado di cambiare almeno in parte questi delicati rapporti economici. Specialmente se fosse in grado di di valorizzare i porti italiani, Trieste e Genova in primis, dove potrebbero sbarcare le merci cinesi in arrivo dal Canale di Suez, risparmiando diversi giorni di navigazione rispetto a quelli attualmente necessari per arrivare nello scalo olandese di Rotterdam.

Inoltre bisogna considerare il fatto che la trasformazione dei porti italiani in vie d’accesso dei beni cinesi all’Europa, oltre alle ricadute dirette in termini di maggiori investimenti e aumento dei posti di lavoro può avere effetti positivi sull’export del made in Italy verso la Cina. Basti pensare che la piccola Olanda (826 miliardi di dollari di Pil), principalmente grazie al porto di Rotterdam, nel 2018 ha esportato verso la Cina 11 miliardi di beni. Mentre l’Italia che ha un Pil che è oltre il doppio di quello olandese (1,935 miliardi di dollari) ha venduto alla Repubblica Popolare Cinese beni per 13 miliardi, cioè solo due in più di quanto fatto da Amsterdam.

E questi sono solo i benefici che potrebbero arrivare dalla firma del memorandum sulla Via della Seta per i porti. Ma l’accordo con Pechino si estende anche al turismo, ai servizi finanziari, agli investimenti in paesi terzi, senza tralasciare settori come quello ferroviario, autostradale, dell’aviazione civile e dell’energia.