Il Cavaliere minaccia la crisi: al voto se mi fanno fuori. Il leader del Pdl manda un avviso di sfratto al governo delle larghe intese

di Alessandro Ciancio
Politica

di Alessandro Ciancio

A sorpresa, la scossa tellurica alla politica italiana non è arrivata ieri da Genova né da Forlì – dove sono intervenuti in contemporanea Enrico Letta e Matteo Renzi – ma da Bassano del Grappa, quando sono echeggiate per via telefonica le parole scandite da Silvio Berlusconi alla riunione del direttivo dell’esercito di Silvio. Reduce dall’ennesimo vertice di partito a Palazzo Grazioli, il leader del Pdl ha infatti inviato un chiarissimo avviso di sfratto al governo delle larghe intese: «Noi siamo responsabili – ha premesso – noi speriamo che questo governo possa andare avanti, sarebbe una cosa assolutamente disdicevole se questo governo cadesse. Ma naturalmente non siamo disponibili a mandare avanti un governo se la sinistra dovesse intervenire su di me, sul leader del popolo della libertà, impedendogli di continuare a fare politica. Dopo 20 anni dalla mia discesa in campo si ripete la stessa situazione: tentano di nuovo di togliermi di mezzo attraverso misure giudiziarie che nulla hanno a che vedere con la democrazia».
Berlusconi ha continuato dicendo di voler dare «anche un avviso molto preciso che non è mio ma è dei tanti che in questi giorni manifestano vicinanza, stima e affetto. Immaginiamoci cosa sarebbe successo nel 1948 se la Democrazia cristiana avesse tolto Togliatti al Partito Comunista italiano o se il Partito comunista italiano avesse tolto la possibilità di fare politica alla Democrazia cristiana a De Gasperi. Credo che sarebbe scoppiata una guerra civile. Lanceremo come nel 1994 una bandiera ancora che prenderemo in mano che è quella di Forza Italia. Nel mese di settembre questo avverrà. Ci rivolgeremo soprattutto ai giovani, a chi è nella trincea del lavoro, a tutti coloro che finora non si sono interessati di politica ma che sanno bene che è venuto il momento di interessarsene».
E che il Cavaliere abbia ormai la testa rivolta alle imminenti elezioni lo dimostra un passaggio del suo intervento, quando affida all’Esercito di Silvio un compito preciso: trovare giovani che «dovremo istruire opportunamente e che si impegnino ad essere presenti senza soluzione di continuità al momento del voto nelle sezioni elettorali per far sì che il voto espresso dagli italiani non venga cambiato attraverso manipolazioni. Io credo – ha aggiunto – che ci sia grande consapevolezza dello stato precario della nostra democrazia e anche il fatto che la nostra gente ha capito la persecuzione giudiziaria che in questi 20 anni è stata fatta contro di me e che quindi abbiano in tanti il timore che si possa verificare una presa del potere da parte della sinistra che pur essendo minoranza nel Paese o attraverso il braccio giudiziario o attraverso delle votazioni che non rispecchino il voto vero degli italiani possa andare al potere».
Schiaffi sonori al centrosinistra e al governo delle larghe intese nato per affermare la pacificazione nel Paese («Siamo ancora in mezzo al guado»), che però non gli fanno dimenticare la rivendicazione del grande successo appena ottenuto con l’abolizione dell’Imu: «Abbiamo fatto quanto abbiamo promesso in campagna elettorale. Credo che tutti gli italiani che hanno una casa ci debbano essere riconoscenti. Lo spero».
La platea piuttosto sparuta alla quale si rivolge, i cronisti riferiscono di venticinque persone in tutto, attende parole sulla giustizia e non resta delusa. «Finora i giudici vivono in un Olimpo. Sono persone che, come gli altri impiegati pubblici, hanno fatto e vinto un concorso, eppure sono incontrollabili, non rispondono a nessuno, sono assolutamente irresponsabili». Per questo occorre mobilitarsi a favore dei referendum radicali. Si tratta di «un’occasione importante» per realizzare col voto degli italiani quella riforma che, per sua ammissione, in Parlamento non ha mai potuto portare a termine nonostante abbia disposto in passato di maggioranze senza precedenti.

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