Il Pd ora vuole le primarie per tutti. E chiede un fondo da 20 milioni. Il ddl prevede che a coprire le spese delle elezioni interne sia lo Stato. Oggi gli unici a farne ricorso sono i dem

di Carmine Gazzanni
Politica

Dal Partito democratico giurano che non c’entra nulla col finanziamento pubblico ai partiti. E, in effetti, a leggere la relazione illustrativa al disegno di legge, niente lascia intravedere tale collegamento. È, però, altrettanto vero che il ddl prevede una copertura finanziaria pari a 20 milioni di euro di cui beneficerebbero i partiti. Non proprio bruscolini, insomma. Parliamo della proposta, presentata dal dem Dario Parrini e co-firmata da quasi tutto il gruppo parlamentare del Senato (51 su 52 membri), volta a introdurre “Norme sulla democrazia nei partiti e sulla selezione democratica e trasparente delle candidature per le cariche elettive”.

Otto articoli totali che partono da un assunto indubitabile: mancano, si legge nella relazione, “garanzie di democrazia interna che stimolino la partecipazione dei cittadini alla vita di queste associazioni (i partiti, ndr), determinandone un democratico rinnovamento nel tempo”. E quale strumento garantirebbe tale “selezione democratica e trasparente”? Le primarie, ovviamente. Dopo una serie di articoli che affrontano questioni delicati come il non banale riconoscimento della personalità giuridica ai partiti, gli articoli 6 e 7 affrontano la questione “elezioni primarie”: i legali rappresentanti di ciascun partito, si spiega nel ddl, possono richiedere all’ufficio elettorale competente di indire, appunto, le primarie.

A questo punto sarà direttamente l’ufficio elettorale a stabilire la data e le sedi in cui si svolgono, “sentiti il prefetto e i sindaci dei comuni in cui si svolgono le elezioni stesse”. Insomma, la gestione – per chi volesse – non sarebbe più interna, ma strutturata a livello istituzionale. Tanto che le varie comunicazioni “sono altresì pubblicate nel sito internet del Ministero dell’Interno” oltreché sul sito del partito. Tutto questo, ovviamente, non può non avere dei costi vivi. Ed ecco la “sorpresa” all’articolo 8: “ai maggiori oneri derivanti dall’attuazione della presente legge, pari a 20 milionidi euro a decorrere dall’anno 2020, si provvede a valere sulle maggiori risorse derivanti da interventi di razionalizzazione e revisione della spesa pubblica”.

TUTTO LISCIO. Parrini, sentito da La Notizia, difende il suo ddl. “C’è l’urgenza – spiega – di assicurare democrazia nei partiti. Qualsiasi riforma istituzionale, se non parte da qui, rischia di essere incompleta”. Una problematica, secondo il senatore, visibile soprattutto oggi, dato che “i partiti di Governo soffocano la loro vita democratica interna, che sostanzialmente non c’è”. E sui costi, la copertura è inevitabile: “Prevedere che lo Stato se ne faccia carico, se un partito decide di ricorrere alle primarie, assicura che il metodo democratico citato in Costituzione significhi qualcosa”, spiega Parrini. Senza dimenticare che resta un’indicazione prudenziale e che, soprattutto, il monte economico dovrebbe coprire anche altre spese a carico dello Stato, come quello per gli spazi pubblici ai partiti e per le pubblicità gratuite sui canali Rai. Tanto per non farsi mancare nulla.

LA FIRMA CHE MANCA. Resta, però, un piccolo giallo: a firmare il ddl, come detto, sono stati 51 senatori dem su 52. L’unico a non vergare il disegno è Luigi Zanda, il tesoriere del Pd. Che, come si sa, ha presentato un altro ddl che prevede, questo sì, un “fondo per il finanziamento dell’attività politica dei partiti” con una dotazione di 90 milioni. “Guardi, non so perché non l’ha firmato – conclulde Parrini – Dovrebbe chiederlo a Zanda”.