Il ricatto tedesco non sorprende. L’Italia per anni suddita dell’Ue. Parla l’economista Galloni: “La storia del bail-in era nota. Juncker & C. irrecuperabili, ormai vanno alla deriva”

di Carmine Gazzanni
L'intervista

La notizia, rivelata ieri dal ministro Giovanni Tria in audizione, secondo cui l’ex titolare dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, sarebbe stato ricattato dalla Germania al momento dell’introduzione del bail-in (la normativa che impone di gestire la risoluzione delle banche in crisi senza far gravare i costi dei salvataggi sulle casse pubbliche, ma sui singoli correntisti), non scompone Antonino Galloni. “È una voce che si rincorreva già allora: si diceva tra di noi che non poteva che essere andata così”, spiega l’economista e presidente del Centro Studi Monetari.

Cosa è accaduto in quel frangente nel 2013?
“Nelle menti malate di Europa e Germania si voleva fare in modo che, se una banca andava in crisi, non era lo Stato a dover intervenire, ma dovevano essere correntisti e azionisti a pagare. L’Italia ha accettato queste condizioni.

Per quanto detto dal ministro Tria, ha ceduto a un ricatto.
“È sempre stato tutto un ricatto. Non è che c’erano gli italiani che volevano farsi del male. Da anni siamo stati in una posizione in cui abbiamo ceduto il passo su tutta la linea. Siamo stati per anni e anni in una posizione di sudditanza”.

Da questo dipenderebbe l’accettazione del bail-in?
“Assolutamente sì: è la prova, l’ennesima, della nostra sudditanza”.

Qualcosa è cambiato con questo Governo?
“Vedremo. Il nuovo esecutivo ha detto chiaramente che, se dovesse metterci un solo euro per salvare una banca piuttosto che un’altra, queste diventerebbero di proprietà pubblica. Vedremo se i nuovi governanti saranno più agguerriti e di parola rispetto ai loro predecessori”.

L’Europa intanto ieri ci ha bacchettato. Ora il problema sarebbe che l’Italia pone barriere agli investimenti. Il che fa un po’ sorridere in effetti…
“Beh, come minimo. Finora l’Ue ha sempre favorito politiche di tipo deflattivo, secondo cui bisognava abbassare i salari e accettare la riduzione dell’occupazione. Adesso improvvisamente pone all’ordine del giorno l’importanza degli investimenti pubblici”.

Illuminazione sulla via di Damasco?
“È evidente che è un pretesto. Magari se avessimo portato avanti una politica di grandissimi investimenti e poca restrizione, ci avrebbero detto “cari italiani, questi investimenti non ve li potete permettere”.

Da cosa nasce secondo lei tale pretesto?
“Questa Commissione veleggia sulla propria deriva: fino a ieri hanno raccontato che bisognava ridurre i salari e puntare tutto sull’esportazione, e ora cambiano idea. La verità è che questa Commissione ha una visione del mondo che è completamente sbagliata, è errata dal punto di vista della teoria macro-economica e direi anche della pratica sociale”.

In che senso?
“Si sa che se non cresce la domanda, pubblica o privata, non può crescere l’economia. E se il privato non investe perché non vede ripresa, è il pubblico che deve investire. Ma l’investimento del pubblico può essere anche nel sostegno ai disoccupati, ai giovani o ai pensionati. È questo quello che non capisce Bruxelles. Il problema vero era: vogliamo che l’Italia si riprenda o no? La loro idea è che l’Italia non deve riprendersi”.

Per quale ragione?
“Vedono un governo contrario ai loro interessi e sperano che alle europee non succeda nulla di eclatante”.

Secondo lei ci sono margini per una procedura d’infrazione?
“L’unico parametro che esce da quelli di Maastricht potrebbe essere quello tra debito e Pil. Per il resto in teoria non c’è alcun sforamento e dunque nessun rischio. Ma se andiamo a fare le pulci all’Italia, dovremmo farle anche ad altri Paesi come Francia e Germania. La prima ha approvato una Manovra sforando il rapporto deficit-Pil; la seconda ha mantenuto un avanzo commerciale che è un elemento di squilibrio oltre il 6%. Il punto è un altro”.

Quale?
“Il Governo dovrebbe ritrattare i parametri di Maastricht e, nello specifico, proprio il rapporto debito pubblico-Pil. Se si prendesse a riferimento il debito pubblico più il debito privato, si vedrebbe come l’Italia starebbe tra i Paesi più virtuosi. Se noi abbiamo un’economia privata meno indebitata di altri, non si capisce perché dovremmo fasciarci la testa”.