In Abruzzo ora pascolano le mafie. Affari d’oro coi fondi comunitari. Terreni presi in affitto anche da chi non ha bestiame. L’ex procuratore Roberti ai pastori: denunciate

di Maria Trozzi
Cronaca

I prati d’Abruzzo sono ormai territori di pascolo per le cosche. Lo affermano con ansia e amarezza tanti allevatori, ora sostenuti dall’ex procuratore nazionale antimafia. “Devono denunciare”, ha dichiarato Franco Roberti, nel corso di un convegno proprio sulla mafia, svoltosi a Sulmona. I pastori del resto hanno iniziato a lanciare un vero e proprio allarme su quella che considerano una particolare forma di criminalità organizzata che si accaparra ettari ed ettari di pascoli per poi incassare dall’Europa al posto loro e più di loro. È il business delle quote. A sottrarre i terreni ai boss, ricorrendo a dei protocolli, ci ha provato Giuseppe Antoci, presidente del parco dei Nebrodi in Sicilia, ma di iniziative tese a debellare la piaga non c’è traccia in altre regioni. E stufi di subire gli allevatori ora chiedono di avviare un’inchiesta parlamentare.

Delle mandrie trasportate dalla Puglia a stento si conosce la provenienza. “È bestiame sempre più malato e vecchio”, spiegano gli amministratori di Lucoli, nell’aquilano, il Comune con la più grande estensione di pascoli in Italia. Gli armenti passano da una cooperativa all’altra per il tramite di società del Nord, che hanno sede legale nei Comuni che affittano terreni ad uso civico, spesso anche senza bando. Le società rispondono alle offerte pagando l’affitto dei pascoli più di quanto possano permettersi i locali e poi incassano le loro quote, preziose perché calcolate sui più produttivi terreni del Nord. Affittano dunque al Sud ottenendo dall’Ue gli stessi aiuti dati al Nord, maggiori di quelli destinati al Centro e al Meridione.

Una piaga su cui le organizzazioni professionali non prendono posizione. E oggi in Abruzzo il giro d’affari della cosiddetta mafia dei pascoli è stimato in oltre 20 milioni di euro di fondi comunitari. Restano a secco gli allevatori locali, che devono rinunciare ai terreni in affitto, perdendo così il diritto alle integrazioni comunitarie, mentre le aziende del Nord si arricchiscono. Al danno la beffa dei pascoli fantasma, che la Lega Nord ha consentito sino al 2015 e che l’ex ministro dell’agricoltura Gian Marco Centinaio ha riproposto dal 2018. Ora infatti non è più necessario il pascolo sui terreni per riscuotere le integrazioni della politica agricola comunitaria.

“Nel 2020 azzerano tutto per i titoli d’assegnare. Se tutto è in mano a questi signori, non abbiamo più titoli e non sappiamo dove impegnare quei pochi che ci restano”, commenta Adriano Marrama, allevatore abruzzese che nel 2017 denunciò la situazione alla Guardia di finanza. Indagini e domande rimaste senza risposta anche sette anni prima con l‘inchiesta seguita allo scandalo delle mucche da record di 83 anni. “La pastorizia non ha bisogno di queste porcate. Per far vivere l’agricoltura occorrono i contributi a chi lavora e ha gli animali – insiste Marrama. Il contributo non va dato a chi dal Nord fa il disaccoppiamento dei titoli e li fa valere affittando terreni a Sud. È un imbroglio”. Un affaire che i pastori abruzzesi auspicano sia fermato dal Parlamento.

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